PORTICO D'OTTAVIA 13. La razzia. 1 #generarevalori

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PORTICO D'OTTAVIA 13 DI ANNA FOA La razzia A destra della via del Portico d'ottavia, lato est, vedo un milite delle SS tedesche. Sta piantato sulle gambe leggermente divaricate; solo un piccolo moto a

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PORTICO D'OTTAVIA 13 DI ANNA FOA La razzia A destra della via del Portico d'ottavia, lato est, vedo un milite delle SS tedesche. Sta piantato sulle gambe leggermente divaricate; solo un piccolo moto a dondolo da destra a sinistra, e da sinistra a destra, un moto pigro, tranquillo, la mano alla cinghia del fucile mitragliatore messo a tracolla. Due passi ancora. Altro milite SS immobile, armato. (Morpurgo 1946, p. 107) Il quartiere del ghetto oggi. In grigio scuro, la Casa. Pioveva su Roma, una fitta pioggia autunnale che non faceva molto rumore e copriva di un velo il buio della notte. Prima dell'alba i soldati tedeschi avevano sparato diffusamente intorno alle vie strette del vecchio ghetto: sparavano in aria, nel deserto del coprifuoco, senza scopo apparente, e questo rendeva ancor più inquietante il fragore dei loro spari. Qualcuno si era alzato ancor prima dell'alba, nella Casa e nelle case vicine. Era annunciato un rifornimento di sigarette, quella mattina, ed era meglio mettersi in coda presto dal tabaccaio dell'isola Tiberina, là accanto. Erano tanti a fumare, allora, e le sigarette erano un bene raro e rassicurante. Nella Casa, i due ampi porticati erano vuoti, non risuonavano ancora dei giochi dei bambini. Era festa, era sabato ma era anche l'ultimo giorno di Sukkot. Gli abitanti, stremati per essere rimasti a lungo svegli a causa degli spari, si concedevano un poco di sonno in più. Nella Casa e nelle case vicine, molti avrebbero lavorato come se non fosse giorno di festa, cercando di raccogliere qualche soldo per mangiare in quei tempi grami di guerra e di persecuzione. Più tardi alcuni sarebbero andati in sinagoga, non al Tempio grande, che era stato chiuso per precauzione dalla Comunità, ma al Tempio spagnolo, sotto al Tempio grande, dove le funzioni continuavano a tenersi regolarmente. C'erano state grandi discussioni in Comunità, su questa decisione di tenere aperto per le funzioni almeno quel Tempio, e il rabbino Zolli, che voleva chiudere tutto, anche gli uffici della Comunità, si era nascosto da amici fidati, dopo aver esortato i fedeli a seguire il suo esempio. Non erano tempi, quelli, che gli ebrei si radunassero tutti insieme, neanche per pregare il Signore. Ma il presidente della Comunità aveva deciso altrimenti, accusando il rabbino di essere un vile e un allarmista. Eppure, dopo che il rabbino si era allontanato da casa, i tedeschi vi avevano fatto irruzione, sfondando la porta e crivellandola di colpi, senza trovare né lui né i suoi. Era stata quella la prima casa di ebrei in cui i nazisti erano andati, già ben prima della razzia, vicinissimo alla sinagoga, al numero 19 di via di San Bartolomeo dei Vaccinari. La razzia cominciò poco prima delle cinque e trenta. Il quartiere del vecchio ghetto era circondato, c'erano pattuglie tedesche di guardia a tutte le vie di accesso, in via del Tempio, in via del Progresso, in via del Portico d'ottavia, in piazza Costaguti, in via di Sant'Angelo in Pescheria, in piazza Mattei, 1 #generarevalori di fronte al teatro di Marcello. Anche se forse, a giudicare da quanti sono riusciti a fuggire da via di Sant'Angelo in Pescheria, da quella parte la rete non dovette essere troppo stretta, probabilmente per mancanza di uomini. Nella Casa, i nazisti non ebbero neanche il bisogno di sfondare il portoncino di legno, che era tutto sfasciato e restava sempre aperto. Entrarono nel cortile a passi pesanti e cominciarono a bussare alle porte col calcio del fucile, là al piano terra, dove si aprivano gli appartamenti e i magazzini. Poi, dal momento che nessuno andava loro ad aprire, sfondarono una porta a spallate, sempre gridando ordini nel vuoto. A quel punto, tutti gli abitanti della Casa erano svegli e tendevano un orecchio atterrito a quanto stava succedendo al piano terra. Una donna che abitava al secondo piano, subito sopra la prima porta sfondata, Cesira Limentani, non perse altro tempo, prese la figlia di cinque anni, avvolse in una copertina il bambino più piccolo, che aveva solo sei mesi, e insieme ad alcuni dei suoi vicini saltò fuori dalla finestra, verso il retro. Il salto era basso, e riuscirono a fuggire, sottraendosi ai posti di blocco dei tedeschi. Più tardi, trovarono rifugio in un istituto religioso vicino al Gazometro. La donna non credeva davvero che avrebbero preso anche loro, le donne con le creature, ma non si era fermata troppo a pensare e, quando aveva sentito il fracasso della porta sfondata e gli ordini rauchi dei tedeschi, era scappata via subito, d'istinto, con i bambini. E questo salvò loro la vita. Scrupolosamente, gradino dopo gradino, i nazisti salirono le larghe scale di marmo consunte della Casa, memoria di antichi splendori, fermandosi ad ogni porta senza tralasciarne nessuna. Questo dette ad alcuni degli abitanti il tempo di fuggire. La Casa era piena di anfratti e corridoi, che consentivano di scappare dal retro senza essere visti. Alcuni, pochi però, si erano già allontanati nei giorni precedenti. In tutto, quel giorno furono catturati nella Casa trentacinque ebrei. Molti altri abitanti della Casa, quattordici in tutto, furono presi nel corso dei mesi successivi e ben sei di loro furono assassinati alle Fosse Ardeatine nel marzo del Per una sola casa, sia pur grande come quella, fra novanta e cento abitanti, non era certo poco. Intanto, mentre i nazisti salivano le scale delle case lì intorno e bussavano perentori alle porte, tutti si erano svegliati. All'improvviso la Piazza esplose. Sentimmo ordini in tedesco, grida, imprecazioni , scrive Settimia Spizzichino, l'unica donna superstite della deportazione del 16 ottobre, allora una ragazza di ventidue anni che abitava con la famiglia subito lì dietro, a via della Reginella. Voci e grida risuonavano alte dalle finestre degli edifici, gli uni avvisavano i parenti o gli amici nella casa accanto di scappare. Prendono gli ebrei, prendono tutti , si gridava da ogni parte. Le donne si affacciavano alle finestre degli ultimi piani, mentre già i nazisti entravano nelle case sottostanti. Chi ci riusciva, prendeva le scale facendo finta di niente, come fece la famiglia Fatucci che abitava all'ultimo piano della Casa: dopo aver fatto fuggire i figli maschi dai tetti, i genitori di mezza età e le due figlie adolescenti scesero le scale senza voltarsi indietro. Si era ormai capito che i tedeschi non si limitavano ad arrestare gli uomini in età da lavoro, ma prendevano tutti, proprio tutti, dai vecchi ai neonati. Che cosa ne avrebbero fatto poi, nessuno lo sapeva. Come non sapevano che i tedeschi stavano facendo lo stesso in tutta Roma, che in quello stesso momento ogni edificio della città in cui abitavano ebrei risuonava delle stesse grida e degli stessi passi. 2 #generarevalori Premessa Al numero 13 di via del Portico d'ottavia, nel tratto fra vicolo di Sant'Ambrogio e il passaggio che conduce a via di Sant'Angelo in Pescheria, a fianco dei ruderi romani del Portico, c'è un vecchio portone di legno che si apre inaspettatamente su un vasto cortile circondato da logge rette da colonne antiche, simile più ad un chiostro che ad un cortile d'abitazione. In questa casa ho abitato per dodici anni. Era una casa suggestiva e piena di bizzarrie, una casa in cui ci si poteva perdere. Salendo le scale, tra il pianterreno e il primo piano, trovavi sulla sinistra un piccolo corridoio che si apriva all'improvviso su un altro slargo, che guardava verso via di Sant'Angelo in Pescheria, con una scala che saliva all'aperto verso un altro appartamento. Al pianterreno c'era un'altra deviazione, che sbucava in due cortiletti che prendevano luce dall'alto, quasi sprofondati in un pozzo, su cui si affacciavano altre porte e finestre. E fin l'ingresso alle cantine era misterioso: la scala principale continuava verso il basso coi suoi larghi gradini sempre più disfatti, per dare accesso, nell'ombra, ai locali delle cantine, che dall'alto sembravano immensi. La Casa era ormai splendidamente restaurata, il cortile ben illuminato, eppure la discesa verso le cantine continuava ad incutermi timore. Confesso di non esserci mai andata, anche se una di queste cantine era la mia, ma l'oscurità e il carico della Casa al disopra mi pesavano. Le pensavo piene di topi e univo questa immagine con il ricordo, lontanissimo nel tempo e forse uno dei miei primi ricordi, di me bambina nella Torino del dopoguerra, con mia madre e mia nonna che armate di scopa scacciavano grossi topi dal cortile. So ora che quelle cantine, quando suonava la sirena, servivano da rifugio antiaereo e che là sotto una donna ebrea si è nascosta per partorire e ha dato alla luce una bambina. Ma quando ho abitato in quella casa non lo sapevo ancora. E mi hanno anche detto che gli abitanti della Casa vi vedevano talvolta un fantasma, una donna tutta velata che si affacciava alla loggia dell'ultimo piano e proteggeva gli ebrei dai tedeschi. Una donna velata, vestita all'antica, che poteva essere forse un ricordo delle monache che avevano abitato l'edificio, chissà. Io, devo ammettere, il fantasma non l'ho mai visto, ma forse era svanito alla fine della guerra, quando non c'era più bisogno di salvare ebrei, o forse con la ristrutturazione. Le ristrutturazioni uccidono sempre i fantasmi... Quello che mi aveva particolarmente colpita, oltre all'inusuale fascino di quel palazzo, era il fatto di averlo già scoperto alcuni anni prima e di essermi fermata ad ammirarlo mentre con una troupe della Rai cercavamo nel quartiere del vecchio ghetto delle inquadrature per un documentario per le scuole. La loggia interna, assai suggestiva con le sue colonne e il cortile vetusto di storia, ci sembrò il luogo ideale per girarvi alcune scene, e così facemmo. Ritrovarlo fu strano, una di quelle coincidenze irripetibili che ti appaiono come magiche. E quando mi fu offerta l'occasione di andarci a vivere, la colsi al volo e mi stabilii all'ultimo piano della Casa, fra i terrazzi e i tetti. Avevo incontrato il quartiere e la piazza tanti anni prima, nel Avevo diciassette anni, ero iscritta alla gioventù comunista e a Roma c'erano le elezioni comunali. Da via Milano, dove era la sede del giornale del Msi Il Secolo d'italia , i giovani missini venivano a tirare pietre contro gli ebrei. Ricordo una 600 bianca carica di sampietrini. La Federazione del Partito mandò una sera noi giovani a difendere il ghetto , ghetto che del resto era organizzatissimo per difendersi da solo. Eravamo là in piazza, ad aspettare gli attaccanti, che quella sera non vennero, e a parlare con gli ebrei che erano in strada a presidiare il quartiere. E ricordo che io dissi, forse per farmi benvolere: Anche io sono ebrea . La risposta fu secca e tale da raggelarmi: Le nostre donne stanno a casa . Per molti anni non ci tornai più, ignara di quanto nella mia vita più adulta quel luogo sarebbe divenuto importante per me. In realtà, non è vero che le donne ebree in quei mesi non scesero in strada a rintuzzare gli attacchi dei fascisti. Mi hanno raccontato che molte lo fecero, sostenendo che se avevano potuto 3 #generarevalori essere deportate potevano anche partecipare agli scontri in piazza. E una volta alcune donne, tutte insieme, rovesciarono addirittura una macchina piena di fascisti. Quando nel 2000 andai ad abitare nella Casa, ero ormai iscritta alla Comunità romana. Mi mancava tuttavia la continuità con il passato della piazza , con quei decenni in cui l'edificio faceva ancora parte di un tessuto urbano molto legato all'antico ghetto. Talvolta mi domandavo cosa fosse successo su quelle scale il 16 ottobre del 1943, ma non mi ci fermavo troppo a riflettere. I fantasmi erano lontani, almeno finché non avessi dato loro un nome. Mi interessava di più, allora, riflettere sulla storia della Casa, che era stata anche parte di un convento, sulla sua collocazione rispetto al ghetto, di cui non aveva mai fatto parte. In quegli anni, il Cinquecento attirava tutta la mia attenzione di storica e vivevo la Casa come un osservatorio privilegiato per cogliere la vita degli ebrei romani del passato, dei secoli del ghetto. Quelle mura sembravano chiedermi, in quanto storica, di raccontare la storia di quanti vi avevano vissuto. Ma quali dei suoi tanti abitanti nel succedersi delle generazioni? Un giorno, un'altra coincidenza: nel capitolo sulla Shoah di un manuale di storia per le superiori di cui ero co-autrice scoprii inaspettatamente una fotografia del cortile della Casa, scattata chissà in che anno ma certo dopo il 1943: degradato, scuro e tetro il cortile appariva come nelle descrizioni degli anni successivi alla guerra quando i ragazzini, mi è stato raccontato, avevano perfino paura ad entrarci. La didascalia, suggerendo che la foto risalisse alla razzia del 16 ottobre, diceva: Un'immagine spettrale del ghetto di Roma deserto . I fantasmi si ostinavano ad interpellarmi, questa volta direttamente da un passato recente, dall'oscuro e sanguinoso passato dell'occupazione. Fu allora, credo, che cominciai a rimuginare sulla storia della Casa durante i mesi dell'occupazione nazista e su chi ne fossero allora gli abitanti, nessuno dei quali vi abitava ormai più. Paradossalmente, il momento di scriverne è arrivato per me solo dopo che mi sono trasferita altrove. Coincidenza casuale anche questa? Non lo so. Ho come la sensazione che da allora la Casa abbia cominciato a chiamarmi. Riemergevano, quasi avessero trovato un luogo dove ancorarsi, le sensazioni provate nelle letture fatte da bambina delle memorie della Shoah, offuscate negli anni dalle riletture successive. La storia della Casa cominciò ad assillarmi ma non trovavo il modo di iniziare a scriverne, non ero capace di mettermici. Poi incontrai un testimone, che all'epoca era un bambino ma aveva conosciuto tutti nella Casa e che per primo mi raccontò. Dopo di lui altri testimoni comparvero, altri racconti emersero ad illuminare un poco quei mesi e la vita nella Casa sotto l'occupazione. E allora decisi che avrei ricostruito quella storia, che non avrei più salito quelle scale senza sapere i nomi di quanti in quei giorni vi avevano abitato, senza conoscerne almeno un poco la storia. È proprio l'immagine delle scale che mi assilla, quella degli ebrei che le scesero quel 16 ottobre per andare verso la morte: tanti, troppi. Quando ho iniziato a pensarci, la Casa mi è apparsa simile ad un cimitero. È vero che tutte le case sono in realtà dei cimiteri, nel succedersi delle morti e delle generazioni. Ma è anche vero che non in tutte le case tanti dei suoi abitanti sono stati portati via improvvisamente, all'alba di un giorno d'ottobre. Per questo, quando ho saputo che coloro che avevano abitato nel mio appartamento si erano salvati tutti, ne ho provato un grande sollievo, quasi si fosse trattato della mia famiglia. Di questo libro, il primo protagonista è la Casa, con le sue colonne, le sue mura spesse, le sue deviazioni inaspettate. Quanti sono riusciti a scappare attraverso i suoi anfratti e a trovare in quel labirinto una strada per la fuga? E quanti invece sono stati spinti fuori verso la deportazione? Ridare l'anima alle persone che la abitavano in quei giorni terribili dell'occupazione, quando gli ebrei erano braccati nella città, cacciati da cacciatori disumani: questo il mio proposito. Per farlo, ho dovuto allargare la mia attenzione almeno un poco alle case accanto, alla piazza , cioè la via del Portico d'ottavia e le strade vicine, piazza Giudia appunto. Il numero 9 di via del Portico d'ottavia, in 4 #generarevalori particolare, accanto al numero 13, ha con esso una storia fittamente intrecciata: l'edificio del numero 9, infatti, è stato costruito nel Cinquecento, poco dopo la ristrutturazione nella forma attuale del numero 13, e le due case erano note nel loro complesso come case dei Fabii . Attraverso i tetti e i solai i collegamenti fra le due case erano stretti, e possiamo immaginarci che dalle finestre ci si sia molto parlato e che di quei solai e quei tetti molti abbiano approfittato per fuggire, E poi ho dovuto guardare anche alle persone che avevano con gli abitanti della Casa legami stretti, di parentela o di vicinato, molti dei quali abitavano al numero 9. E ancora a quanti andarono ad abitarvi dopo la guerra, riempiendo i vuoti creati dalla deportazione, sostituendo i parenti morti in quei mesi. Piano piano, senza che la Casa perdesse la sua centralità, mi sono trovata in mezzo ad una rete di luoghi, di negozi, di persone. Via Arenula, via di Sant'An gelo in Pescheria, via di Santa Maria del Pianto, via del Tempio. Oltre ad essere lo spazio dei perseguitati, era anche quello dove agivano i persecutori: italiani in maggior parte, e se tedeschi solo in funzione di complici, interessati come gli italiani al saccheggio. E fra loro le spie che li guidavano, come Celeste Di Porto e Remo Canigiani, membri della banda che più imperversò in quei mesi nel vecchio ghetto, la banda Cialli-Mezzaroma. Quando le spie additavano gli ebrei alla banda, un sinistro carrozzone si avvicinava per far salire gli arrestati, liberarne alcuni, mandarne altri a morte, secondo la convenienza o il capriccio. Anche questi fatti che si svolgevano sotto le finestre della Casa sono parte della sua storia. Per ricostruirla ho interrogato i dati, i documenti degli archivi che ne portano traccia, ma- anche il ricordo di chi ha conosciuto gli abitanti della Casa, ha vissuto accanto a loro, ne ha portato memoria, che fossero amici, vicini di casa, famigliari. Di alcuni ho saputo di più, di altri meno, di altri ancora nulla, tranne che i nomi e le date di nascita e di deportazione. Ma la Casa si è riempita di abitanti, di nomi, di vite vissute. È un tentativo di riparazione, forse. Un riconoscimento verso quelle persone che il 16 ottobre hanno sceso dietro la spinta dei fucili tedeschi quei gradini che tante volte, sessant'anni dopo, ho salito inconsapevole, attenta solo alla mia realtà quotidiana. Restituire anima e voltò a quelle persone, a cui la vita di ogni giorno è stata strappata brutalmente, in un attimo. Per farlo, è stato necessario ricostruirne i nomi, gli intrecci famigliari, le età. Per questo il libro è fitto di nomi, che rendono talvolta difficile orientarsi. Ma ho preferito per quanto mi è stato possibile non dimenticare nessuno: di tutti i nomi che emergevano nella ricerca ho inseguito le tracce con un rigore filologico forse eccessivo e in qualche momento ossessivo. Recentemente, una pietra d'inciampo, un sampietrino d'ottone di quelli che segnalano sulla soglia di una casa la deportazione di uno o più dei suoi abitanti, è stata collocata di fronte al portone. Ricorda solo uno di quei deportati, una donna incinta di nove mesi portata via il 16 ottobre Per mettervi una pietra per ognuno dei suoi abitanti mandati a morire non basterebbe lo spazio di un lenzuolo. Che questo libro sia per voi come quel lenzuolo. Anna Foa insegna Storia moderna all Università di Roma La Sapienza. Si è occupata di storia della cultura nella prima età moderna, di storia della mentalità, di storia degli ebrei. 5 #generarevalori
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