ELIE WIESEL: «IL PIÙ AUTOREVOLE TESTIMONE VIVENTE» DELLA SHOAH?

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ELIE WIESEL: «IL PIÙ AUTOREVOLE TESTIMONE VIVENTE» DELLA SHOAH? Di Carlo Mattogno Parte 1 Elie Wiesel a Montecitorio In occasione della decima Giornata della Memoria Elie Wiesel è stato invitato nell aula

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ELIE WIESEL: «IL PIÙ AUTOREVOLE TESTIMONE VIVENTE» DELLA SHOAH? Di Carlo Mattogno Parte 1 Elie Wiesel a Montecitorio In occasione della decima Giornata della Memoria Elie Wiesel è stato invitato nell aula di Montecitorio, dove ha tenuto un breve discorso infarcito di melensa retorica e condito di strambe scempiaggini, come l appello a Fini e Berlusconi di «introdurre un disegno di legge che designi l attentato suicida come crimine contro l umanità», o l auspicio che Ahmadinejad «dovrebbe essere arrestato e tradotto di fronte alla Corte dell Aia e accusato di incitamento a crimini contro l umanità»(1). Considerato che le proposte vengono da uno che spalleggia i massacratori israeliani Le sue dichiarazioni più importanti, vedremo poi perché, sono queste: «Io, il numero A-7713, sono qui a portarvi un messaggio su avvenimenti accaduti duemila anni più tardi. [ ]. Proprio in questi giorni, sessantacinque anni fa, mio padre Shlomo, figlio di Nissel e Eliezer Wiesel, numero A-7712, moriva di inedia e malattia nel campo di sterminio di Buchenwald»(corsivo mio). Fini ha introdotto l ospite così: «Quello odierno è un evento eccezionale, perché è la terza volta, nella centenaria storia del Parlamento italiano, che un ospite parla solennemente all Assemblea. È un onore che Elie Wiesel merita ampiamente, perché è davvero un personaggio eccezionale. Egli, infatti, è il più autorevole testimone vivente, tra i sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, degli orrori della Shoah»(corsivo mio). Indi ha proseguito: «Da decenni Elie Wiesel ci incoraggia in questo fondamentale impegno attraverso il suo magistero morale, l energia del suo carisma intellettuale e umano, la forza del suo impegno civile, per non dimenticare e per far progredire la causa dei diritti umani e della pace nel mondo. [ ]. Oltre che testimone oculare della Shoah, Wiesel è una persona piena di fede e di amore»(corsivo mio). Elie Wiesel è un impostore? Cliccando QUI si hanno i documenti in lingua originale.(waa359) Ciò ha richiamato l attenzione su un articolo scritto in ungherese il 3 marzo 2009(2), tradotto in inglese il giorno dopo(3) e in italiano nel mese di aprile(4). In estrema sintesi, Miklós Grüner,(Cliccare QUI per leggere l'articolo su wiesel elie) che fu deportato dall Ungheria ad Auschwitz nel maggio 1944, indi trasferito al campo di Monowitz e infine evacuato a Buchenwald nel gennaio 1945, dichiarò che al campo strinse amicizia con due fratelli, Lázár Wiesel, nato nel 1913, che aveva il numero di matricola A-7713, Ábrahám Wiesel, nato nel 1900, numero di matricola A In pratica, Elie Wiesel si sarebbe appropriato dell identità di Lázár Wiesel e avrebbe usurpato quella di Ábrahám per il padre. Miklós Grüner aggiunge che, in occasione di un incontro con Elie Wiesel, che gli era stato presentato come il suo amico Lázár Wiesel, questi rifiutò di mostrargli il numero di matricola tatuato sull avambraccio. Egli allora intraprese delle ricerche e scoprì che un Elie Wiesel non era mai stato internato in un campo di concentramento e che non figurava in alcuna lista ufficiale di deportati. Le dichiarazioni di Miklós Grüner sono state ripetute da molti, ma senza indagare oltre. Non resta dunque che sottoporle a verifica in base alla sana metodologia critica revisionistica. Premetto i dati anagrafici di Elie Wiesel: nato a Sighet, Romania, il 30 settembre 1928, da Shlomo e Sarah Frig, figlia di Dodye Feig, deportato a Birkenau il 16 maggio 1944(5). Anzitutto bisogna verificare l attendibilità dell accusatore. Ciò che si può dire con certezza riguardo a Miklós Grüner, è che egli si trovava a Buchenwald nel maggio In un Questionario per detenuti dei campi di concentramento del Military Government of Germany appare infatti il suo nome, e anche la data di nascita 6 aprile 1928 corrisponde. Il numero di matricola è annotato a mano in alto a sinistra: (6). Documento 1 Questionario relativo a Miklós Grüner. Buchenwald, 6 maggio 1945 Ma il personaggio chiave della vicenda è Lázár Wiesel. Fortunatamente esiste la sua scheda personale relativa al suo internamento nel campo di Buchenwald che permette di verificare le affermazioni di Miklós Grüner. In questa scheda(7), in alto, a sinistra, appare l annotazione manoscritta Ung. Jude, Ebreo ungherese, al centro, Ausch. A 7713, Auschwitz A-7713, il vecchio numero di matricola di Auschwitz, a destra Gef.-Nr.: , Numero di detenuto , il nuovo numero di matricola di Buchenwald. Il detenuto era nato il 4 settembre 1913 (l anno di nascita di Lázár Wiesel dichiarato da Miklós Grüner) a Maromarossziget ed era figlio di Szalamo Wiesel, che si trovava a Buchenwald, e di Serena Wiesel nata Feig, internata al KL Auschwitz. Il timbro KL. Auschwitz significa che Lázár Wiesel era stato registrato a Buchenwald il 26 gennaio 1945 in provenienza da Auschwitz. Documento 2 Scheda personale di Lázár Wiesel (KL Buchenwald) Va precisato che Maromarossziget [Máramarossziget in ungherese], l attuale Sighetu Marmaţiei (in rumeno) è la medesima località che Elie Wiesel chiama Sighet (8). Il nome Szalamo è identico a Shlomo, mentre Serena richiama foneticamente Sarah. Riassumo nella tavola che segue i risultati della verifica esposta sopra: Lázár Wiesel Elie Wiesel Numero di matricola A-7713 A-7713 Data di nascita 4 settembre settembre 1928 Luogo di nascita Máramarossziget = Sighet Sighet Nome del padre Szalamo = Shlomo Shlomo Nome della madre Serena Feig Sarah Feig Domicilio del padre inizio 1945 Buchenwald Buchenwald Miklós Grüner ha pienamente ragione: Elie Wiesel si è appropriato dell identità di Lázár Wiesel. Un altra accusa formulata da Miklós Grüner riguarda l origine del libro di Eli Wiesel La Nuit (in italiano La notte ). Nella versione ungherese dell articolo indicato nella nota 2 si dice che esso fu pubblicato in ungherese a Parigi nel 1955 dal suo amico Lázár col nome di Eliezer e col titolo A világ hallgat (E il mondo tace). Nella traduzione inglese dell articolo di Grüner (vedi nota 3) invece il titolo suona Un di Velt hot Gesvigen, che è in jiddisch. Una ricerca sul titolo in ungherese non ha portato ad alcun risultato. Il libro in jiddisch invece è documentabile. Esso è infatti registrato nella Bibliography of Yiddish Books on the Catastrophe and Heroism(9), n. 549 a p. 81. L annotazione, in jiddisch, dice: Eliezer Wiesel, Un di Welt hot geschwign (E il mondo ha taciuto). Buenos Aires, Unione Centrale degli Ebrei polacchi in Argentina. Collana L ebraismo polacco, vol. 117, 252 pagine. Di questo libro esiste una traduzione in inglese che corrisponde al capitolo VII di La Nuit. Ne parlerò alla fine dell articolo. Michael Wiesberg espone al riguardo informazioni degne di nota: Wiesel stesso ha fatto vari accenni alla storia della nascita del suo libro. Naomi Seidman ha rilevato che proprio Wiesel, in Alle Flüsse fließen ins Meer (Tutti i fiumi portano al mare) ha richiamato l attenzione sul fatto di aver consegnato all editore argentino Mark Turkow il manoscritto originale di La Nuit, redatto in jiddisch, nel A suo dire non l aveva più rivisto, cosa che Turk nega recisamente. Questo manoscritto fu pubblicato nel 1955 a Buenos Aires col titolo Und di Velt hat Geshveyn (E il mondo ha taciuto). Wiesel pretende di averlo scritto durante una crociera in Brasile nel Però in una intervista dichiarò che solo nel maggio 1955, dopo un incontro con Mauriac[10], decise di rompere il suo silenzio. E quell anno [il 1955], nel decimo anno, cominciai la mia storia. Poi fu tradotta dallo jiddish in francese e io gliela mandai. Fummo molto, molto amici fino alla sua morte. Naomi Seidman, nelle sue ricerche su La Nuit, mise in chiaro che tra la versione in jiddisch e quella in francese di La Nuit ci sono notevoli differenze, precisamente riguardo a lunghezza, tono, intenzione e temi trattati nel libro. Ella attribuisce queste differenze all influenza di Mauriac, che può essere descritto come una personalità molto particolare»[11]. A questo riguardo, dunque, il meno che si possa dire è che l origine del libro resta incerta e confusa. Elie Wiesel è un falso testimone? Accertato ciò, resta da stabilire se Elie Wiesel sia anche un falso testimone di Auschwitz. Esamineremo perciò la sua testimonianza oculare, come è esposta in «quello che è considerato il suo capolavoro»(fini), La notte(12). Già nel 1986 Robert Faurisson scrisse un articolo intitolato Un grand faux témoin: Élie Wiesel(13). Di recente Thomas Kues ne ha redatto un altro dal titolo Una donnola travestita da agnello(14). Entrambi affrontano la questione in termini generali. È giunto il momento di un analisi tematica più approfondita. Bisogna premettere che la caratteristica principale della testimonianza in questione è che racconta senza descrivere; Elie Wiesel pone grande attenzione ad evitare qualunque dettaglio verificabile e ciò che dice di Birkenau, di Auschwitz, di Monowitz e di Buchenwald è talmente indefinito che la sua narrazione si potrebbe tranquillamente riferire ad un luogo della Siberia o del Canada. a) La deportazione Elie Wiesel non indica il giorno della sua deportazione ad Auschwitz. La sua narrazione parte comunque da un riferimento cronologico preciso: «il sabato precedente Shavuòth, la Festa delle Settimane»(p. 19). Nel 1944 questa festa cadde il 28 maggio 1944(15), che era una domenica. Il giorno in questione era perciò il 27 maggio. Il primo trasporto di Ebrei partì da Sighet il giorno dopo, 28 maggio: «Infine, all una venne dato il segnale di partenza»(p. 23). Elie Wiesel menziona poi «la giornata di lunedì»(p. 25), l alba del giorno dopo (p. 25) e la successiva notte (p. 27) e alla fine precisa: «Sabato, il giorno del riposo, era il giorno scelto per la nostra cacciata»(p. 28) e quello fu appunto il giorno della sua deportazione (p. 29): il 3 giugno La durata del viaggio non è indicata, ma i trasporti dall Ungheria impiegarono da tre a quattro giorni per arrivare ad Auschwitz-Birkenau. Elie Wiesel trascorse la notte a Birkenau e l indomani fu trasferito ad Auschwitz dove gli fu tatuato il numero A-7713 (p. 47). Tuttavia, a suo dire, «era una bella giornata d aprile» (p. 45). Questa cronologia è completamente inventata. Se egli partì da Sighet il 3 giugno 1944 non poté arrivare ad Auschwitz in aprile. Per di più, il numero A-7713 fu assegnato il 24 maggio, giorno in cui furono immatricolati Ebrei ungheresi con i numeri A-5729 A-7728(16). Secondo Randolph L. Braham, un trasporto ebraico per Auschwitz partì da Máramarossziget il 20 maggio 1944(17). Considerati quattro giorni di viaggio, questo è il trasporto di Lázár Wiesel, cui fu assegnato il numero A-7713 appunto il 24 maggio. Ma tutte queste cose, evidentemente, Eli Wiesel non le sapeva. b) L arrivo a Birkenau Elie Wiesel racconta: «Ma si arrivò in una stazione. Chi si trovava vicino alle finestre ce ne disse il nome: Auschwitz. Nessuno l aveva mai sentito dire. [ ]. Verso le undici il treno si rimise in movimento. Ci si affollava alle finestre. Il convoglio rotolava lentamente. Un quarto d ora dopo rallentò ancora. Dalle finestre scorgemmo dei reticolati: capimmo che doveva trattarsi del campo. [ ]. E mentre il treno si era fermato noi vedemmo questa volta delle vere fiamme salire da un alto camino, nel cielo nero. [ ]. Noi guardavamo le fiamme nella notte. Un odore abominevole aleggiava nell aria. Improvvisamente le porte si aprirono. [ ]. Davanti a noi, quelle fiamme. Nell aria, quell odore di carne bruciata. Doveva essere mezzanotte. Eravamo arrivati. A Birkenau»(p. 34). Questa narrazione è insensata già dal punto di vista topografico. La stazione da cui partiva il binario di diramazione verso Birkenau (la cosiddetta vecchia rampa ) correva obliquamente a est della recinzione del campo ad una distanza in linea d aria minima di circa 500 metri. Il binario di raccordo era lungo circa 700 metri. A Birkenau c erano quattro crematori, denominati II, III, IV e V. I camini dei crematori più vicini (II e III) distavano in linea d aria circa metri, quelli più lontani (IV e V) circa metri. Il binario di raccordo, per gli ultimi 400 metri, procedeva perpendicolarmente alla recinzione del campo, sicché dalle finestrelle del treno non si potevano vedere i crematori II e III, che si trovavano più avanti nella stessa direzione, mentre i crematori IV e V erano coperti da almeno 12 file di baracche, inoltre ciascuno era dotato di 2 camini. Non per nulla, a mia conoscenza, nessun testimone ha mai preteso di aver visto i camini dei crematori dal treno di deportazione. Documento 3 Fotografia aerea del campo di Birkenau del 31 maggio 1944(NA, 60 PRS/462, D 1508, Exp. 3056) I cerchi racchiudono i crematori; da sinistra: II, III, IV e V. L edificio a forma di T contrassegnato con le lettere ZS è la Zentralsauna. EG è l edificio di entrata (Eingangsgebäude), la freccia indica la diramazione ferroviaria dalla stazione L arrivo al campo è narrato da Elie Wiesel in modo straordinariamente indefinito, con grande cura nell evitare qualunque particolare verificabile: oltre al «camino», di cui mi occupo al punto c), egli menziona soltanto «dei reticolati», indi, all interno del campo, un «incrocio»(p. 37), «una fossa» e «un altra fossa»(pp ), una «baracca»(p. 40) e «una nuova baracca»(p. 41). Nessun accenno a tutto ciò che attrasse l attenzione di tutti i veri deportati, come è documentato dalle fotografie del cosiddetto Album di Auschwitz(18) (che furono scattate qualche giorno dopo l arrivo del convoglio di Lázár Wiesel): l edificio di entrata (Eingangsgebäude) col suo arco, sotto il quale passavano i treni per entrare al campo, la banchina (la cosiddetta rampa ebraica, Judenrampe) con tre binari all interno del campo, le recinzioni e le innumerevoli file di baracche a destra e a sinistra, le lunghe strade che tagliavano il campo in lungo e in largo, i fossati di drenaggio, le altane, i bacini antincendio, i crematori II e III alla fine della banchina. Documento 4 L edificio di ingresso (Eingangsgebäude) del campo di Birkenau Carlo Mattogno Poi il racconto diventa un po meno vago: «Un barile di petrolio sulla porta. Disinfezione. Ci si bagna tutti. Poi una doccia calda. In gran fretta. Usciti dall acqua, si è cacciati fuori. Correre ancora. Ancora una baracca: il magazzino. Lunghissime tavole. Montagne di casacche per detenuti. Noi corriamo. Quando passiamo ci lanciano pantaloni, giacca, camicia, calzini»(pp ). Scena completamente inventata. All epoca a Birkenau esistevano quattro impianti di disinfestazione e disinfezione (Entwesungsund Desinfektionsanlagen). Quello principale era la cosiddetta Zentralsauna (Entwesungsanlage, BW 32), a forma di T davanti alla recinzione ovest del campo, con tre camere di disinfestazione ad aria calda (Heissluftentwesungskammern), tre autoclavi a vapore (Dampf- Desinfektionsapparate), sala doccia dotata di spogliatoio e vestitoio, sala barbieri; i due impianti BW 5a e 5b, situati nei settori BIb e BIa, parimenti forniti di sala doccia dotata di spogliatoio e vestitoio, ma l uno con camera a gas di disinfestazione a Zyklon B, l altro con due camere di disinfestazione ad aria calda; infine l impianto del campo zingari BIIa, con 8 apparati di disinfestazione elettrici (elektrische Entlausungsapparate)(19). Nei primi tre impianti, equipaggiati con spogliatoio (Auskleiraum) e vestitoio (Ankleideraum) tutte le operazioni si svolgevano all interno degli edifici. La procedura di disinfestazione non prevedeva l impiego di petrolio. Ma di tutto ciò Elie Wiesel non aveva alcun sentore. Degna di menzione è anche la storiella in voga negli anni Cinquanta del buon detenuto che suggerisce ai nuovi arrivati di dichiarare un età superiore o inferiore a quella reale per sfuggire alle camere a gas. A Elie Wiesel, che non aveva ancora 15 anni, il buon detenuto disse di dichiararne 18, a suo padre, che ne aveva 50, consigliò di dire 40 (p. 36). Si tratta di un racconto sciocco, perché ogni trasporto era accompagnato da liste dei deportati in cui era indicato, tra l altro, cognome, nome e data di nascita di ciascuno, sicché all atto della registrazione la pia menzogna sarebbe stata scoperta inevitabilmente; inoltre olocausticamente falso, perché, secondo una pubblicazione del Museo di Auschwitz, si gasavano bambini e ragazzi al di sotto di 14 anni(20), mentre per gli adulti non esisteva un limite fisso. Nei registri dei decessi (Sterbebücher) di Auschwitz, per il 1943 (per il 1944 non è rimasto alcun registro) sono attestati casi di persone tra i 51 e i 90 anni(21). c) Il camino fiammeggiante Elie Wiesel non aveva alcuna idea di quanti crematori esistessero a Birkenau, come fossero fatti e dove si trovassero. Sebbene in un punto si lasci sfuggire un accenno alquanto fantasioso a «sei crematori»(p. 69), egli menziona sempre il camino, non si sa di quale crematorio, come se ce ne fosse uno solo. Di fatto i camini di Birkenau erano 6: quale sputava fiamme? Egli insiste pure su questo singolare fenomeno: «Vedete, laggiù, il camino? Lo vedete? Le fiamme le vedete? (Sì, le vedevamo, le fiamme)»(p. 36). Così sappiamo anche dove si trovava il camino: «Laggiù»!(Corsivo mio). La storiella dei camini fiammeggianti andava in gran voga negli anni Cinquanta, quando Elie Wiesel scrisse La Notte (1958). Ormai non la prende più sul serio neppure un Robert Jan van Pelt, che si è industriato per dimostrare che i camini dei crematori di Birkenau fumavano e basta(22). In effetti questa storiella non ha alcun fondamento tecnico, come ho spiegato in un articolo specifico(23). Documento 5 Un convoglio di Ebrei ungheresi nel campo di Birkenau Fine maggio Le frecce indicano i camini dei crematori II e III, senza fiamme né fumo (da: L Album d Auschwitz, p.51) d) Le fosse di cremazione Questo è l aspetto più orrorifico della sua testimonianza oculare : «Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l avevo visto. L avevo visto con i miei occhi Dei bambini nelle fiamme. [ ]. Ecco dunque dove andavamo. Un po più avanti avremmo trovato un altra fossa, più grande, per adulti. [ ]. Continuammo a marciare. Ci avvicinammo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. Ancora venti passi. Se volevo darmi la morte, questo era il momento. La nostra colonna non aveva da fare più che una quindicina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Otto. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro un carro funebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima a noi, la fossa e le sue fiamme. Io raccoglievo tutte le mie forze residue per poter saltare fuori dalla fila e gettarmi sui reticolati. In fondo al mio cuore davo l addio a mio padre, all universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano in un mormorio alle mie labbra: Yitgaddàl veyitkaddàsh shemé rabbà Che il Suo Nome sia elevato e santificato Il mio cuore stava per scoppiare. Ecco: mi trovavo di fronte all Angelo della morte No. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca»(pp ). Dove si svolge la scena? Come al solito, Elie Wiesel si guarda bene dal fornire il minimo punto di riferimento topografico. Secondo la storiografia olocaustica, le fosse di cremazione si trovavano in due siti: all esterno del campo, di fronte alla Zentralsauna, nell area del presunto Bunker 2 (24) e nel cortile nord del crematorio V. La prima possibilità deve essere esclusa perché, in tal caso, Elie Wiesel avrebbe dovuto menzionare l uscita dal campo e un percorso di varie centinaia di metri in aperta campagna. Resta la seconda. Nello studio Auschwitz: Open Air Incinerations(25) ho dimostrato, grazie all analisi di tutte fotografie aeree di Birkenau disponibili, che la storia delle fosse di cremazione, per numero, superficie e finalità, non trova alcun riscontro nella realtà. L unico sito di cremazione docu
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