Sviluppo sostenibile e responsabilità

Description
Sviluppo sostenibile e responsabilità Da sempre la sicurezza della vita umana è considerata un fattore dipendente dalla forza e dalla capacità di resistenza del mondo naturale in cui viviamo. Tuttavia,

Please download to get full document.

View again

of 13
All materials on our website are shared by users. If you have any questions about copyright issues, please report us to resolve them. We are always happy to assist you.
Information
Category:

Sales

Publish on:

Views: 0 | Pages: 13

Extension: PDF | Download: 0

Share
Transcript
Sviluppo sostenibile e responsabilità Da sempre la sicurezza della vita umana è considerata un fattore dipendente dalla forza e dalla capacità di resistenza del mondo naturale in cui viviamo. Tuttavia, la cosiddetta «condizione umana», in cui rientrano la mortalità e la fragilità degli esseri umani in quanto tali, viene ritenuta il tratto distintivo dell individuo. A tale destino avverso sono spesso contrapposte forza e persistenza della collettività umana. Nel corso della storia abbiamo di fatto mostrato la tendenza a dare per scontata la robustezza della natura e del rifugio sicuro che questa offre. La fragilità delle singole vite (e la morte) è stata concepita quale vulnerabilità del singolo che non può essere applicata all umanità nella sua accezione generale. Il grande poeta inglese Alfred Tennyson accusava la parzialità della natura e contrapponeva alla debolezza delle singole vite la forza che la natura mette a disposizione della collettività: «So careful of the type she seems / So careless of the single life». Nella sua riflessione riecheggia un chiaro anello «darwiniano» forse persino l anello di quanto viene oggi definito «gene egoista» sebbene il suo componimento (In Memoriam) fosse stato in realtà pubblicato nel 1850, con un decennio di anticipo su L origine delle specie. La fiducia riposta nel nostro futuro collettivo si basa per tradizione sul presupposto della robustezza della natura che sostiene la vita umana. L idea di una presunta invulnerabilità della natura era stata espressa compiutamente già da Orazio: «Natura expelles furca tamen usque recurret» («Potrai scacciare la natura col forcone, tuttavia sempre tornerà»). Di recente, tuttavia, la natura ha mostrato la sua vulnerabilità e si è rivelata sempre più incline ad abbandonarci in uno stato di disperata incongruità col forcone in mano. Negli ultimi decenni il pensiero confortante di Orazio ha ceduto il posto alla crescente consapevolezza secondo cui l ambiente in cui viviamo non solo sarebbe particolarmente delicato, bensì rappresenterebbe una 554 Sviluppo sostenibile e responsabilità minaccia di estrema precarietà per la vita umana nonché per la vita di altre specie. Si moltiplicano le dimostrazioni della rapidità con cui abbattiamo lo strato di ozono, concorriamo al riscaldamento globale, inquiniamo i fiumi e l aria, portiamo numerose specie all estinzione, distruggiamo le foreste, esauriamo le risorse minerali e infliggiamo altre forme di devastazione all ambiente e, di conseguenza, alle nostre stesse vite. Nonostante il susseguirsi di dibattiti scientifici dedicati alla formulazione di singole prognosi, le nostre prospettive ambientali non possono che essere circondate da un senso generale di profonda vulnerabilità. La nostra esistenza in qualità di esseri umani è totalmente dipendente dall ambiente. La vita, così come la conosciamo ovviamente non solo quella umana è possibile solo all interno di un range di temperature piuttosto ristretto, che supera a malapena i 100 gradi Kelvin e rappresenta una frazione minuscola nello spettro di temperature dell universo, che abbraccia miliardi di gradi 1. La sopravvivenza della specie umana è ancor più condizionata e la sua possibilità di svilupparsi e raggiungere livelli minimi di agio ancor più drasticamente contenuta. Le minacce ambientali quali il riscaldamento globale, di cui oggi tanto si discute, hanno conseguenze di vasta portata che pure sono indotte da alterazioni di entità ben più modesta. Variazioni della temperatura degli oceani dell ordine di pochi gradi Celsius possono comportare eventi disastrosi per alcuni segmenti dell umanità, per esempio sommergere i nuclei abitati (come nel caso dell intera area delle Maldive e di gran parte del Bangladesh, per citare solo alcune delle «terre basse»), minacciando la base delle nostre attuali attività economiche. Per far fronte alle esigenze climatiche e ambientali dello sviluppo sostenibile occorre tenere a mente il quadro molto più ampio e assai più rigido della dipendenza dall ambiente che caratterizza la vita in generale e la vita umana in particolare. VULNERABILITÀ E RESPONSABILITÀ Per quanto cupa possa apparire questa riflessione, è difficile non prendere coscienza di come la nostra esistenza, in fin dei conti, non sia altro che un momento transitorio nel teatro dell universo e di come sia nostro compito fare tutto il possibile affinché un momento così magico non venga ulteriormente abbreviato a causa di ostinazioni e comportamenti sconsiderati. Come cantavano Simon 555 e Garfunkel «Slow down, you move too fast / You got to make the morning last». Cosa possiamo dunque fare per attenuare la nostra vulnerabilità? Come dobbiamo affrontare le nostre responsabilità? Il dibattito sulle politiche ambientali si è spesso incentrato sulla creazione di istituzioni nazionali e internazionali adeguate. Il fondamento logico di una simile attenzione è sufficientemente chiaro. Come evidenziato dall ampia e ben argomentata relazione Ecosystems and Human Well-being, approntata nell ultimo decennio da un team internazionale facente capo al Millennium Ecosystem Assessment (coordinato dal Programma delle Nazioni Unite per l Ambiente), «il conseguimento della sostenibilità richiede istituzioni efficienti ed efficaci, in grado di fornire il meccanismo attraverso il quale i concetti di libertà, giustizia, correttezza, capacità fondamentali ed equità regolino l accesso ai servizi ecosistemici ed il relativo utilizzo» 2. Ma quale ruolo svolgono le istituzioni democratiche? Quale differenza è in grado di produrre la democrazia? Verrebbe spontaneo pensare che questo argomento sia fonte immediata di tensioni. La democrazia implica l attività decisionale partecipativa esercitata dai cittadini del presente, mentre a essere maggiormente minacciati dai danni ambientali sono proprio i cittadini del futuro, quelli che, ovviamente, non partecipano in alcun modo ai governi democratici di oggi. Si creerebbe una enorme «Slow down, you move too fast», dovremmo ricordarci di questo avvertimento dissonanza se assecondassimo la visione restrittiva della motivazione umana spesso proposta dalla cosiddetta «teoria della scelta razionale» (la quale, a dispetto del suo nome non esclusivo, si fonda su una visione limitata della motivazione umana, che sorprendentemente incontra molti sostenitori tra gli esperti di economia, scienze politiche e discipline giuridiche). Questa teoria sostiene che gli individui agiscano unicamente in funzione dei rispettivi interessi personali. Anche se fossimo in grado di elaborare altre motivazioni, tali per cui gli esponenti della generazione presente si preoccupino del futuro, senza peraltro rinunciare all ossessione per i propri interessi personali, che molti teorici della scelta razionale giudicano essere il tratto distintivo della «razionalità», è improbabile che si riescano a trasformare i cittadini di oggi in 556 Sviluppo sostenibile e responsabilità attenti custodi degli equilibri ambientali a lungo termine. In che modo la generazione attuale deve pertanto interpretare le proprie responsabilità verso i cittadini del futuro? Questo problema non si prospetta in realtà difficile da risolvere se teniamo presente che, contrariamente a una visione ristretta dell umanità, è perfettamente possibile e persino estremamente naturale provare interesse per la vita degli altri, anche per coloro che non sono ancora nati, e impegnarsi a non abbandonare i nostri pronipoti tra le rovine che lasciamo alle nostre spalle. Se la portata della ragione pubblica supera il bieco egocentrismo, ci sarà certamente qualcosa che la democrazia potrà offrire per alimentare l interesse verso il futuro. In effetti il dibattito pubblico ci porta a nutrire interesse per la vita degli altri e, se la democrazia è da intendersi, come John Stuart Mill riteneva dovesse essere, una forma di «governo esercitato mediante il dialogo», essa è in grado di stimolare una risposta democratica ai gravi problemi del futuro. In passato ho già avuto modo di fornire alcune indicazioni sull efficacia con cui le democrazie ben funzionanti riescono a prevenire le carestie. L analisi economica che ho proposto a partire dagli anni Settanta mostra come le carestie possano essere prevenute con estrema facilità ricorrendo a interventi pubblici, in quanto esse non sono ineluttabili, nemmeno in presenza di una ridotta disponibilità alimentare pro capite. Durante una carestia le persone muoiono di fame non tanto per un inesorabile destino legato alla scarsità di cibo, quanto piuttosto per l inadeguatezza delle politiche pubbliche, che non vanno in soccorso delle potenziali vittime. Queste vite potrebbero essere sicuramente salvate se il cibo fosse distribuito con minore iniquità tra la popolazione coinvolta. Il governo può facilmente garantire che tutti ricevano un ragionevole apporto alimentare minimo adottando politiche pubbliche opportune, quali il razionamento e il controllo, creando posti di lavoro e attivando altre soluzioni con cui assicurare a tutti il diritto al cibo. D altro canto, è altresì possibile che carestie di vasta portata possano verificarsi a dispetto della generale disponibilità di alimenti, laddove per alcuni venga meno il potere di acquisto del cibo a seguito, ad Un dibattito pubblico aperto può aiutare a definire le nostre responsabilità verso le generazioni future 557 esempio, della perdita del posto di lavoro o dell occupazione che li priva di reddito, e laddove il governo non riesca a fornir loro alcun soccorso. La forma di prevenzione più semplice delle carestie coinvolge pertanto le politiche pubbliche e la risposta dei governi. Il problema che ne deriva, quindi, è quello di influenzare tali politiche pubbliche. IN CHE MODO LA DEMOCRAZIA PUÒ DETTARE LE POLITICHE PUBBLICHE? Il peso di una carestia è a carico solo della popolazione colpita, e non dalla compagine di governo. La classe dirigente non muore mai di fame. Tuttavia, laddove il governo risponda al popolo e siano presenti un sistema di libera informazione e una critica pubblica non soggetta a censura, anche il governo troverà buone ragioni per impegnarsi al meglio a sconfiggere le carestie. A fronte di un sistema politico democratico ben funzionante e di un sistema mediatico libero e privo di censura, nonché di partiti di opposizione desiderosi di far gravare sul governo l incapacità di prevenire la fame, il governo stesso avverte una enorme pressione, che lo induce ad adottare misure rapide ed efficaci ogni qualvolta si delinei la minaccia di una carestia. Poiché le carestie sono facili da prevenire laddove si compiano sforzi concreti per arrestarle (come ho già avuto modo di affermare), la prevenzione si rivela in linea generale una strada percorribile. Non desta pertanto sorpresa che, tra tutte le terribili carestie che hanno lacerato il mondo, nessuna si sia mai verificata in un Paese indipendente dotato di una democrazia funzionante, con partiti di opposizione operanti in libertà e una stampa non soggetta a censura. Le democrazie caratterizzate da un sistema mediatico libero ed energico e da regolari elezioni multipartitiche si dimostrano di fatto efficienti nel prevenire il verificarsi delle carestie. Ciò merita di essere considerato se si analizza l efficacia con cui il dibattito pubblico contemporaneo può farsi carico dei problemi delle generazioni future. Ma perché? Per fare un confronto, si pensi che la percentuale di persone colpite dalle carestie non supera mai il 10 per cento della popolazione totale e risulta altresì solitamente inferiore al 5. Una frazione così esigua difficilmente risulterà in grado di indurre la maggioranza a 558 Sviluppo sostenibile e responsabilità votare le misure direttamente necessarie a sradicare la minaccia della fame. Sono dunque il dibattito e l impegno pubblico a diffondere l ampiezza di vedute di coloro che, pur nutrendo interessi non necessariamente minacciati dalle carestie, ritengono ragionevole tentare di prevenirle e mandano a casa i governi pertinaci. Pertanto, anche se coloro che hanno attualmente diritto al voto non ci saranno forse più quando le generazioni future si troveranno ad affrontare la gravità dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale, il dibattito pubblico democratico può rendere efficace il voto di oggi nel tutelare gli interessi delle generazioni future; allo stesso modo, una democrazia maggioritaria di oggi, in cui sia radicato con forza il dibattito pubblico, può salvare la vita a una minoranza di persone (quali le vittime potenziali di una carestia) che, di per sé, non può spostare il voto in un sistema maggioritario. Le democrazie che si contraddistinguono per libertà del dibattito pubblico e assenza di censura governativa forniscono gli strumenti con cui perseguire giustizia sociale in numerosissimi ambiti. E rendere giustizia ai cittadini di domani costituisce già una parte assai rilevante dell impegno democratico. Un dibattito pubblico aperto è un mezzo idoneo a gestire le nostre responsabilità verso le generazioni future. Le nostre responsabilità in materia di sviluppo sostenibile racchiudono dunque il ruolo svolto dai cittadini di oggi nel dibattito inerente una situazione mondiale che si estende oltre le vite individuali. Di sicuro, molti aspetti legati al collasso ambientale esprimono effetti immediati. A quanti respirano l aria di Pechino, Città del Messico o Nuova Delhi non occorre ricordare che alcuni degli effetti derivanti dal degrado ambientale pregiudicano nell immediato la qualità delle loro vite. E a prescindere dal fatto che ci si occupi della condizione della popolazione di oggi o di quella di domani, non si possono ignorare la responsabilità civica e la partecipazione alla vita politica. Attualmente disponiamo di una letteratura piuttosto vasta sul ruolo che i singoli cittadini svolgono nella salvaguardia dell ambiente, incentrata nella fattispecie su azioni che trovano motivazione in un senso di obbligo civico e di etica sociale. Andrew Dobson si spinge a sostenere quanto da lui definito col termine di «cittadinanza ecologica», che prescrive l attribuzione all ecologia di una priorità 3. Non Come il ruolo svolto dai cittadini di oggi va oltre le loro vite individuali? 559 sono del tutto certo che smembrare una cittadinanza integrata in specifici ruoli settoriali costituisca il modo migliore per interpretare la cittadinanza e la democrazia. Tuttavia, Dobson enfatizza con giusta ragione la portata delle responsabilità civiche nell affrontare le sfide ecologiche. Egli analizza ed evidenzia in primo luogo ciò che i cittadini possono fare se spinti da motivazioni sociali e riflessioni ponderate, anziché da puri incentivi finanziari (agendo in qualità di «attori razionali mossi da egoismi personali»). Concentrare l attenzione sul senso della responsabilità ecologica dei cittadini è tipico di una nuova tendenza che si colloca a metà strada fra teoria e pratica. La politica britannica, ad esempio, fu bersaglio di critiche sul finire del 2000 quando, in risposta a picchetti e proteste, il governo fece marcia indietro rispetto alla proposta di aumento delle imposte sulla benzina, senza compiere alcun tentativo serio di rendere la questione ambientale materia di dibattito pubblico. Come afferma Barry Holden nel suo avvincente Democracy and Global Warming, «questo non significa necessariamente che la questione ambientale avrebbe vinto la battaglia», ma «suggerisce che avrebbe avuto una possibilità, se almeno fosse stata sollevata» 4. La crescente delusione che si va registrando è associata non solo alla debolezza o all assenza di iniziative concrete, capaci di coinvolgere i cittadini nelle politiche ambientali, ma anche al palese scetticismo delle amministrazioni pubbliche circa la possibilità di appellarsi con successo al senso di responsabilità sociale dei cittadini. Quanto trattato finora costituisce uno dei punti fondamentali che mi ero proposto di illustrare in questa sede. Vorrei ora affrontare gli altri due aspetti centrali di questo articolo. Primo interrogativo: il dibattito pubblico costituisce un impegno dialettico a livello nazionale o piuttosto su scala globale? Che cosa dovrebbero comportare le nostre responsabilità ambientali? Secondo interrogativo: da cosa dovrebbe essere caratterizzato uno sviluppo sostenibile? UN INTERVENTO GLOBALE (E UN ACCORDO ALTRETTANTO GLOBALE) È facile comprendere l esigenza di un intervento globale e di un accordo globale a esso associato con cui far fronte ai cambiamenti ambientali del pianeta. Il controllo delle emissioni, ad esempio, non può che avvenire su scala mondiale: i singoli Stati non sarebbero in grado di risolvere il problema per conto loro. Altrettanto facile è 560 Sviluppo sostenibile e responsabilità ravvisare l esigenza di dettare restrizioni cui tutti i Paesi, in un modo o nell altro, siano chiamati ad attenersi per garantire in tutto il mondo un adeguato controllo del livello delle emissioni. Oggi il dibattito non riguarda la necessità di un accordo globale sull ambiente, quanto piuttosto la ripartizione dei costi e delle responsabilità nell affrontare la sfida globale. Tutti, in qualsiasi parte del mondo, possiamo trarre beneficio dall esistenza di limiti vincolanti che riducano il livello complessivo dell inquinamento. Ma l esistenza di accordi diversi porta a una diversa distribuzione degli oneri. Sarebbe sciocco e anche iniquo imporre limiti standardizzati a tutti i Paesi, senza tenere conto dei rispettivi processi di sviluppo, delle rispettive esigenze in termini di lotta alla povertà e dell effettiva disponibilità delle risorse necessarie per l utilizzo di tecnologie ecocompatibili. A questo proposito, dovrei forse esprimere un commento sull argomentazione a sostegno della «giustizia storica» che alcuni Paesi poveri spesso sollevano contro quelli ricchi. L argomentazione in questione suggerisce che i Paesi già industrializzati paghino un certo prezzo una sorta di «ammenda» per l inquinamento da loro prodotto nel passato. Sono alquanto scettico in proposito. Come insegnano le misure adottate per affrontare il problema del razzismo, ad esempio in Sudafrica, la soluzione migliore non è quella di alimentare nuove ostilità insistendo sugli errori del passato, bensì di voltare pagina. Occorre inoltre riconoscere che, quando i Paesi industrializzati di un tempo iniziarono a inquinare il mondo, la conoscenza dell inquinamento e dei relativi effetti a lungo termine era ancora molto scarsa. Gli attuali abitanti dell Europa e dell America non erano nemmeno nati quando i rispettivi antenati cominciarono a inquinare l atmosfera. Questa, tuttavia, non è certo una linea di pensiero produttiva. Oggi e in questo preciso momento il problema importante è dato piuttosto dal fatto che i Paesi industrializzati utilizzano una quota sproporzionatamente maggiore di ciò che definiscono «i beni pubblici globali» ovvero il patrimonio comune di aria, acqua e altre risorse naturali di cui noi tutti, collettivamente, possiamo fruire. L attuale, iniqua distribuzione dei beni pubblici globali, che affonda le proprie radici in differenze storiche, è un elemento di cui occorre I Paesi industrializzati utilizzano una quota sproporzionata dei beni pubblici globali 561 tener conto per elaborare un accordo plausibile, che consenta ai vari Paesi di condividere l onere della salvaguardia ambientale. Il non avere affrontato opportunamente questo argomento ha fatto sì che la conferenza di Copenaghen conseguisse risultati concreti modesti. Ciò che doveva e deve tuttora essere affrontato è la spinosa questione della ripartizione dei costi e dei benefici legati all esistenza di un ambiente sano, oggi e domani. Queste sono le tematiche da esaminare a livello globale, prestando particolare attenzione al fatto che, quando la cooperazione è globale, possono coesistere, accanto a benefici di portata generale, elementi di conflittualità. Devo ammettere di non essere del tutto convinto che il nuovo G20 costituisca un forum adeguato
Related Search
We Need Your Support
Thank you for visiting our website and your interest in our free products and services. We are nonprofit website to share and download documents. To the running of this website, we need your help to support us.

Thanks to everyone for your continued support.

No, Thanks