LA FINE DELL ANGIOPLASTICA FACILITATA NELL INFARTO: DAL PRE-TRATTAMENTO AL PERFEZIONAMENTO DELLE TECNICHE DI RIMOZIONE DEL TROMBO

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Rel. 22/ :17 Pagina 227 LA FINE DELL ANGIOPLASTICA FACILITATA NELL INFARTO: DAL PRE-TRATTAMENTO AL PERFEZIONAMENTO DELLE TECNICHE DI RIMOZIONE DEL TROMBO F. Prati, F. Imola Cardiologia

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Rel. 22/ :17 Pagina 227 LA FINE DELL ANGIOPLASTICA FACILITATA NELL INFARTO: DAL PRE-TRATTAMENTO AL PERFEZIONAMENTO DELLE TECNICHE DI RIMOZIONE DEL TROMBO F. Prati, F. Imola Cardiologia Interventistica Azienda Ospedaliera San Giovanni-Addolorata, Roma. Centro per la Lotta contro l Infarto - Fondazione Onlus. L illusione dell angioplastica facilitata La facilitazione con la trombolisi La facilitazione farmacologica dell angioplastica primaria mediante l impiego di strategie finalizzate all apertura precoce dell arteria culprit è stata considerata un ipotesi molto attraente, che ha generato diversi studi sull argomento. Il razionale per l impiego della facilitazione farmacologica scaturisce dall osservazione, quasi ovvia, che l apertura precoce dell arteria correla con la prognosi 4-6. Poiché il il tempo è muscolo, va fatto di tutto per ridurre l intervallo che intercorre tra la comparsa dei sintomi e la riapertura dell arteria responsabile dell infarto (IRA). Non a caso la modalità di riperfusione da adottarsi (angioplastica piuttosto che trombolisi) va scelta in base alla tempistica della rivascolarizzazione 1,6. La trombolisi è stata la prima scelta terapeutica ad essere valutata nella facilitazione della PTCA primaria. I risultati degli studi sull argomento sono stati però tutt altro che favorevoli 7,8. Lo studio ASSENT-IV ha sancito in modo definitivo che la facilitazione dell angioplastica mediante trombolisi non è una strada da percorrere 9. Lo studio multicentrico era stato concepito per arruolare pazienti, suddivisi in due gruppi; il primo prevedeva l uso della PTCA facilitata con tenecteplase (TNK), il secondo la PTCA non facilitata. Lo studio è stato interrotto precocemente, dopo l inclusione di 1.667, pazienti poiché si è osservata una mortalità significativamente più alta nel gruppo con tenecteplase. L end-point primario a 90 giorni, ovvero l incidenza complessiva di morte, scompenso cardiaco e shock cardiogeno, è risultata significativamente più alta nel gruppo 1 (18.8% vs. 13.7%; P=0.0055). Analizzando singolarmente gli end-points, nel 227 Rel. 22/ :17 Pagina 228 gruppo 1 si constatava un aumento del tasso di morte (6.7% vs. 5.0 %; P=0.141), dello shock (6.1% vs. 4.8%; P=0.273) e dello scompenso cardiaco (12.1% vs. 9.4%; P=0.078). Nel gruppo 1 si osservava inoltre, rispetto al gruppo di controllo, un aumento dell incidenza di re-infarto (6.1% vs. 3.5%; P=0.02), di nuova rivascolarizzazione dell arteria culprit (6.6% vs. 3.6%; P=0.006) ed ovviamente di ictus (2.65% vs. 0.12%; P 0.0001). I dati clinici emersi dall ASSENT-IV sono pertanto contro l impiego della trombolisi nella facilitazione dell angioplastica. La bassa percentuale di pervietà dell IRA (intesa come vaso pervio con flusso ottimale TIMI III) è stata una sorpresa negativa dello studio, essendo stata rilevata solamente nel 43.5% dei casi. Il principale obiettivo delle terapie di facilitazione nella terapia dell infarto consiste nella riapertura precoce dell IRA. Con un tasso di riapertura così basso è difficile ottenere un beneficio clinico, soprattutto se si considera che la trombolisi è responsabile di complicanze emorragiche, che incidono pesantemente sulla prognosi. Tra queste l ictus, riportato nell 1.8% dei casi. C è poi un altro dato che deve far riflettere: l aumentata incidenza di re-infarto nei pazienti trattati con trombolisi. Sembra evidente che la trombolisi sistemica, quando effettuata a ridosso dell angioplastica, determini uno stato di aumentata coagulabilità, che probabilmente favorisce la ri-occlusione dello stent, oltre a peggiorare la funzionalità del microcircolo dopo l angioplastica 10. La facilitazione con gli inibitori glicoproteici IIb/IIIa I dati iniziali sul tasso di pervietà dell arteria culprit, in seguito al trattamento precoce con inibitori glicoproteici IIb/IIIa sono stati incoraggianti. Il tasso di apertura dopo impiego di abciximab risultava compreso tra il 20% ed il 35%: una percentuale tutt altro che trascurabile, a fronte di un numero di complicanze emorragiche ben più contenuto rispetto ai trombolitici I risultati ottenuti con somministrazione di abciximab nell infarto miocardico acuto sono stati in parte replicati da studi basati sull utilizzo di inibitori IIb/IIIa non anticorpali 15,16. Il trial ON-TIME 15 è l unico studio randomizzato ad aver valutato l efficacia delle piccole molecole IIb/IIIa in un ampia popolazione, che comprendeva 507 pazienti con infarto miocardico acuto. Questi ultimi sono stati randomizzati a somministrazione di tirofiban con inizio in pre-ospedalizzazione (gruppo 1) oppure a somministrazione di tirofiban in sala di emodinamica (gruppo 2). Nel gruppo 1 si osservava un incremento significativo del tasso di ricanalizzazione dell arteria culprit pre-intervento, definito come presenza di flusso TIMI 2 o 3 (43% dei pazienti del gruppo 1 vs. 34% del gruppo 2) (P=0.04). La prognosi tuttavia non risentiva della modalità di trattamento, essendo l incidenza combinata di morte e re-infarto, ad un anno dall evento, sovrapponibile nei due gruppi. Poiché gli studi di meta-analisi sull argomento hanno fornito risultati contrastanti 17,18, si attendevano con impazienza le conclusioni dello studio randomizzato FINESSE 19, disegnato per confrontare tre gruppi: la somministrazione di abciximab dopo l effettuazione di coronarografia, l impiego precoce del farmaco e la somministrazione di una terapia combinata che comprendeva l abciximab e mezza dose di reteplase. L end-point principale dello studio, valutato a 90 giorni, consisteva nell evento composito comprendente la mortalità, un nuovo ricovero per scompenso 228 Rel. 22/ :17 Pagina 229 cardiaco, l insorgenza di fibrillazione ventricolare dopo 48 ore dalla randomizzazione e trattata efficacemente e lo shock cardiogeno. Il FINESSE ha escluso infarti a basso rischio, tra cui gli infarti inferiori in soggetti al di sotto dei 60 anni. Gli infarti ad alto rischio, considerati come anteriori oppure in soggetti oltre i 70 anni o con classe Killip 1, oppure con frequenza cardiaca all esordio 100 b/min, erano ben rappresentati, essendo presenti in oltre il 65% dei casi. L end-point principale dello studio è risultato sovrapponibile nei tre gruppi. Anche la risoluzione del tratto ST, a minuti, un valido surrogato clinico considerato come end-point secondario, non presentava differenze tra i 3 gruppi. C è da chiedersi per quale motivo lo studio abbia comportato risultati così deludenti. Il tempo abciximab-angioplastica era di 90 minuti, probabilmente troppo se si considera che l allungamento del tempo di effettuazione dell angioplastica, come già ricordato, è un dato in grado di peggiorare la prognosi nei soggetti infartuati. Un secondo elemento da considerare è che nello studio FINESSE l inibizione dell aggregazione piastrinica potrebbe essere stata non ottimale. Infatti, il disegno dello studio non richiedeva l infusione del farmaco dopo la somministrazione del bolo e questo elemento potrebbe avere comportato un azione antiaggregante non ottimale per tempi superiori ai 90 minuti dal bolo. Un ultimo elemento da considerare è che lo studio è stato concepito con un end-point clinico a sei mesi, un follow-up probabilmente troppo ridotto per uno studio sull infarto, in cui eventi clinici legati alla disfunzione ventricolare sinistra si possono manifestare tardivamente. Non a caso, risultati preliminari con follow-up ad un anno indicano un trend migliorativo nel gruppo con facilitazione mediante abciximab e reteplase 20. Lo studio FINESSE-ANGIO Lo studio FINESSE-ANGIO, finalizzato alla valutazione angiografica della pervietà dell arteria culprit e degli indici microcircolatori, valutati nel postintervento, può spiegare le ragioni del fallimento del trial FINESSE. I dati sono stati analizzati in cieco ed assumono un rilievo particolare poiché lo studio FINESSE non prevedeva la lettura centralizzata degli angiogrammi. Dei pazienti arruolati nel FINESSE, 637 sono entrati nel FINESSE- ANGIO. I soggetti nel gruppo con facilitazione combinata (abiciximab + reteplase) e quelli con abciximab ebbero un incremento significativo della pervietà dell IRA rispetto all angioplastica primaria (76.1% e 43.7% vs. 32.7% rispettivamente, P 0.0001). Non c erano inoltre differenze relative al flusso TIMI III post-angioplastica (79.8%, 77.7% e 76.6%), relative al ctfc (17.1±15.8, 17.4±17.3 e 15.8±14.1) ed all MBG 2-3 (85.6%, 79.5% e 86.4%) rispettivamente. Il risultato principale del FINESSE-ANGIO è che l angioplastica primaria, preceduta da trattamento precoce con abciximab da solo oppure in combinazione con il reteplase, comporta un incremento significativo della pervietà dell IRA, rispetto all angioplastica tradizionale (non facilitata). Come dimostrato dai dati clinici del FINESSE, il miglioramento della pervietà dell IRA, ottenuto nel FINESSE-ANGIO non si è tradotto in un beneficio clinico. Questo riscontro è peraltro in linea con studi randomizzati già 229 Rel. 22/ :17 Pagina 230 pubblicati. Negli studi PACT 21, PRAGUE-1 22 e BRAVE 23 non vi erano miglioramenti clinici nonostante l incremento della patency rate. Va tuttavia sottolineato che nel gruppo con solo abciximab somministrato precocemente, la percentuale di flusso ottimale alla coronarografia (flusso TI- MI III) era simile al gruppo senza facilitazione e l incremento della pervietà era dovuto unicamente all aumento significativo della percentuale del flusso TIMI II. È ragionevole ipotizzare che, per migliorare la prognosi nei pazienti con infarto, la semplice pervietà dell arteria con basso flusso non basti, e sia invece necessario ottenere un flusso TIMI III, ovvero una perfusione ottimale. Una nuova strategia di rivascolarizzazione nell infarto Lo studio TRANSFER-AMI 24 ha recentemente dimostrato che è possibile sviluppare nuove strategie di rivascolarizzazione nel paziente infartuato. Lo studio ha valutato soggetti con infarto miocardico, trattati mediante trombolisi in centri sprovvisti di emodinamica. I pazienti sono stati randomizzati in due bracci. Il primo prevedeva una strategia convenzionale, che si basava sull effettuazione di angioplastica di salvataggio in assenza di riperfusione, oppure l impiego della coronarografia ma non nell immediato (al di fuori dalle prime ore dell infarto). Il secondo prevedeva l effettuazione della coronarografia, con eventuale PTCA entro le 6 ore dalla trombolisi. La coronarografia è stata effettuata nell 88% dei pazienti randomizzati alla strategia convenzionale e nel 99% dei soggetti nel braccio aggressivo. L end-point principale dello studio a 30 giorni (morte, reinfarto, ischemia ricorrente, nuovo scompenso cardiaco oppure peggioramento di uno scompenso cardiaco pre-esistente, shock cardiaco) si è verificato nel 17% dei pazienti nel gruppo a strategia convenzionale e nel 10% di quelli destinati al trattamento aggressivo (P 0.004). L incidenza di eventi emorragici era simile nei due gruppi. I risultati della strategia adottata dal trial sono in linea con quanto emerso da una recente meta-analisi, che ha mostrato come l impiego della trombolisi, seguita dall angioplastica, si associ ad una significativa riduzione della mortalità 25. La differenza principale tra il TRNSFER-AMI e l ASSENT risiede nel tempo intercorso tra trombolisi ed effettuazione di angioplastica. La strategia adottata dal TRANSFER-AMI, non può essere considerata di facilitazione, considerata la latenza tra somministrazione del trombolitico e l angioplastica. I risultati positivi dello studio vanno attribuiti al lungo intervallo (oltre le 3 ore) di separazione tra trombolisi e PTCA. È pertanto verosimile che l effetto pro-coagulante del trombolitico, un elemento che ostacola le procedure di angioplastica, favorendo il fenomeno di non reflow e verosimilmente la trombosi dello stent 10, si esaurisca entro le 3 ore dalla somministrazione del farmaco. L analisi dello studio ASSENT-IV conferma ulteriormente queste osservazioni. Il tempo medio tra la somministrazione del bolo di TNK e l angioplastica era di soli 115 minuti ed il tasso di mortalità era molto più alto rispetto ai soggetti trattati con l angioplastica senza facilitazione (odd ratio = 1.62). La proporzione si invertiva, invece, nei pazienti sottoposti alla lisi in ambulanza (odd ratio = 0.74), in cui la latenza tra la somministrazione del farmaco e l angioplastica era maggiore. 230 Rel. 22/ :17 Pagina 231 Si noti infine un particolare di difficile spiegazione; nel TRASFER-AMI la percentuale di ricanalizzazione con flusso TIMI III era del 56%, decisamente più alta rispetto all ASSENT IV, che superava di poco il 40%. I risultati dello studio CARESSE 27, basato sull impiego di un differente approccio terapeutico, costituito da dosaggio ridotto di trombolitico e da inibitori IIb/IIIa, ha fornito risultati non dissimili da quelli del TRANSFER-AMI. Analogamente al TRANSFER-AMI il CARESSE prevedeva una certa latenza tra la somministrazione dei farmaci e l angioplastica. Il CARESSE ha arruolato 600 pazienti con infarto miocardico, entro 12 ore dall insorgenza dei sintomi, e trattati con un dosaggio ridotto di reteplase (2 boli di 5 unità) più abciximab (bolo + infusione). I soggetti venivano successivamente randomizzati in due bracci; un primo che prevedeva l effettuazione di angioplastica in tutti i pazienti (gruppo di facilitazione) ed un secondo che riservava l effettuazione dell angioplastica solamente ai soggetti in cui non erano presenti i segni clinici ed elettrocardiografici di riperfusione (gruppo rescue). L end-point principale dello studio a 30 giorni, l evento composito di morte, re-infarto, ischemia refrattaria, era pari al 4.1% nel gruppo di facilitazione ed all 11.1% nel gruppo rescue (P= 0.001). Si osservava inoltre una tendenza alla riduzione della morte (3.1% vs. 4.4%) e del re-infarto (0.3% vs. 1.7%). Sia nel CARESSE che nel TRANSFER-AMI si impiegava una valida terapia antiaggregante, l abciximab nel primo ed il clopidogrel al dosaggio di 300 mg nel secondo. L antiaggregazione ottimale comporta tuttavia l incremento degli eventi emorragici. Nel CARESSE l incidenza di ictus, che non veniva incluso nell end-point composito, si riscontrava in una percentuale rilevante nel gruppo facilitato (1.4% vs. 0.7% ). I risultati del CARESSE sono indubbiamente interessanti e propongono l opzione di facilitazione dell angioplastica mediante dosaggio ridotto di trombolitico ed impiego di abciximab, nei casi in cui non sia possibile praticare l angioplastica entro 90 minuti dalla diagnosi di infarto. Le nuove tecniche di angioplastica per rimuovere il trombo Se negli ultimi anni il concetto di facilitazione dell angioplastica ha progressivamente perso vigore, si è imposta una nuova filosofia di trattamento, che consiste nell ottimizzazione della rimozione del trombo coronarico. È a tutti noto che alcuni casi di angioplastica possono complicarsi con il fenomeno di non reflow, caratterizzato dalla marcata riduzione (o interruzione) del flusso coronarico dopo dilatazione con palloncino o posizionamento di stent 27,28. Indubbiamente nel fenomeno trova un ruolo molto importante l embolizzazione periferica di frammenti del trombo. La rimozione del trombo mediante sistemi di aspirazione, oppure l infusione all interno dello stesso di farmaci, sono soluzioni che hanno un solido razionale. L aspirazione del trombo Si hanno a disposizione pochi studi randomizzati sugli effetti dell aspirazione del trombo sul rimodellamento ventricolare. 231 Rel. 22/ :17 Pagina 232 Lo studio REMEDIA 29 ha arruolato 50 pazienti, indirizzandoli verso due diverse strategie: l aspirazione del trombo oppure l angioplastica standard. L aspirazione del trombo si associava ad un marcato miglioramento dell entità del restringimento coronarico a distanza di 6 mesi. Inoltre, il gruppo con aspirazione presentava una riduzione significativa dei volumi telediastolici e telesistolici del ventricolo sinistro. Anche De Luca et al 30 sono giunti a conclusioni simili. Lo studio TAPAS 31 ha sicuramente chiarito che l aspirazione può offrire dei vantaggi rispetto all angioplastica tradizionale. Gli autori hanno arruolato pazienti, randomizzati all aspirazione del trombo mediante sistema manuale oppure all angioplastica convenzionale. A distanza di un anno hanno osservato una significativa riduzione dell end-point clinico (morte cardiaca oppure reinfarto non fatale) nel gruppo trattato mediante aspirazione. In particolare, la morte cardiaca ad un anno è stata del 3.6% nel gruppo con l aspirazione del trombo e del 6.7% in quello con angioplastica convenzionale (P=0.02). L associazione tra i due eventi (morte e reinfarto) si è invece verificata nel 5.6% dei pazienti trattati con aspirazione e nel 9.9% di quelli assegnati alla terapia convenzionale mediante angioplastica. La riduzione del tasso di reinfarto nei soggetti trattati mediante aspirazione del trombo può essere spiegata facilmente: dopo aver rimosso il trombo il posizionamento dello stent viene effettuato in modo più corretto; le maglie dello stent possono aderire alla parete vasale in modo ottimale ed è più difficile osservare residui di trombo all interno dell endoprotesi, elementi che favoriscono la trombosi acuta e subacuta dello stent. L infusione locale nel trombo di abciximab Lo studio COCTAIL è stato concepito per verificare se la somministrazione locale di abciximab attraverso un palloncino poroso possa migliorare i risultati dell angioplastica primaria 32. Questa modalità di somministrazione del farmaco IIb-IIIa dovrebbe migliorare e prolungare nel tempo il contatto con le piastrine del trombo coronarico. Questi elementi dovrebbero inoltre comportare un miglioramento del flusso coronarico al termine della procedura. Nello studio COCTAIL si è confrontata questa modalità di somministrazione del farmaco attraverso il palloncino poroso Clear-Way, con la somministrazione dello stesso farmaco per via intracoronarica. Complessivamente sono stati randomizzati 50 pazienti, con l obiettivo di valutare le variazioni del volume del trombo, applicando la tecnica di tomografia a coerenza ottica (OCT). Le variazioni in percentuale del trombus score erano significativamente maggiori nei soggetti trattati mediante la somministrazione locale (palloncino Clear-Way) (33.8% vs. 3.9% ± 0.002). Inoltre, gli indici di perfusione micro circolatoria, quali il ctfc, miglioravano in modo significativo nel sottogruppo con infusione locale; in particolare, il ctfc era significativamente ridotto nel gruppo di infusione locale (15.3 ± 10.2 vs ± 9.9, P=0.049). Questa scelta terapeutica sembra essere molto promettente; necessita ovviamente di ulteriori studi che ne provino l utilità clinica. 232 Rel. 22/ :17 Pagina 233 Conclusioni L impiego della facilitazione dell angioplastica primaria sembra un ipotesi da abbandonare. Si è imposta una nuova strategia, adottata dal TRANSFER- AMI, che prevede l effettuazione dell angioplastica dopo la trombolisi, ad un intervallo di almeno 3 ore. La strategia va adottata per i pazienti infartuati che non possono essere trattati mediante angioplastica entro i 90 minuti. Nuove tecniche interventistiche, in particolare l aspirazione del trombo, si sono dimostrate molto efficaci nella terapia dell infarto. BIBLIOGRAFIA 11) Topol EJ, Neumann FJ, Montalescot G. A preferred reperfusion strategy for acute myocardial infarction. J Am Coll Cardiol 2003; 42: ) DeWood MA, Spores J, Notske R, et al. Prevalence of total coronary occlusion during the early hours of transmural myocardial infarction. N Engl J Med 1980; 303: ) Keeley EC, Boura JA, Grines CL. Primary angioplasty versus intravenous thrombolytic therapy for acute myocardial infarction: a quantitative review of 23 randomised trials. Lancet 2003; 361: ) Stone GW, Gersh BJ. Facilitated angioplasty: paradise lost. Lancet 2006; 367: ) De Luca G, Suryapranata H, Ottervanger JP, Antman EM. Time delay to treatment and mortality in primary angioplasty for acute myocardial infarction: every minute of d
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