L. Pesante (con R. Luzi), Produzione e diffusione della ceramica da spezieria nel Lazio settentrionale in Età moderna, Albisola , XLI, 2008, pp. 93-102.

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L. Pesante (con R. Luzi), Produzione e diffusione della ceramica da spezieria nel Lazio settentrionale in Età moderna, "Albisola", XLI, 2008, pp. 93-102.

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  – 63 – Romualdo Luzi – Luca Pesante PRODUZIONE E DIFFUSIONE DELLA CERAMICA DA SPEZIERIA NEL LAZIO SETTENTRIONALE IN ETÀ MODERNA L   V    Tra la fine del XIX e i primi anni del XX secolo, le moderne farmacie necessitavano or-mai di far riferimento alla legislazione seguita all’Unità d’Italia    e, in particolare, alla Legge 20 marzo 1865 sulla sanità pubblica  1 , e alla successiva edizione della prima Farmacopea Ufficiale del Regno d’Italia, promulgata a Roma nel 1892 a cura del Ministero dell’Interno-Direzione della Sanità Pubblica  2 . Si verificò, a partire da questi anni, in Italia la progressiva chiusura di tante spezierie, comprese quelle pertinenti a monasteri e conventi. Ma se per alcune di esse ci fu la sensibilità di salvaguardarne la documentazione storica e materiale (costituita dagli antichi ambienti, arredi e strumenti quali vasa medicinalia   e scatole per la conservazione dei “semplici”, sino agli inventari manoscritti e ai libri della biblioteca dello speziale), per la gran parte dei casi, si è assistito invece alla completa dispersione di questi singolari patrimoni.Uno dei caratteri storici di maggior interesse, nell’ambito del fenomeno della produzione e vendita di elementi per la cura del corpo, è proprio la diffusione capillare di spezierie mona-stiche e conventuali, e il loro rapporto con il tessuto urbano dei centri cittadini.Per Viterbo sono documentate numerose spezierie sia a conduzione privata  3  sia collocate in Ospedali 4 , ma una in particolare assume – dai dati finora disponibili – un rilievo specifico: la spezieria dello Spedal Grande   comunale, poi Ospedale Grande degli Infermi  5 . Le ceramiche di questo ospedale (datate 1657, 1678, 1708), munite dello stemma distintivo composto dal  Calvario con le tre croci nella parte superiore e dal leone con palma   (stemma della città) nella parte inferiore, sono oggi conservate in gran parte presso il Museo Civico (  figg.  1-2), unita-mente a diversi contenitori ceramici 6 . Tra le altre spezierie, attive in particolare nel XVII e  XVIII secolo, vanno segnalate quelle del monastero di Santa Maria della Quercia ove resta, nel chiostro piccolo, l’architrave con la scritta:  Aromatarius  7 , il monastero di Santa Maria in Gradi in cui era presente la stanza dell’  Aromataria  8 , il monastero di Santa Caterina [d’Alessandria] 9 , 1  Per la storia dell’evoluzione della farmacia in Italia cfr. C 1997; in particolare i testi G 1997; C 1997. 2  C 1997. 3  In proposito C et al. 1988. 4  Nel periodo dal 1375-1481 era l’arte degli Speziali a dirigere l’Ospedale di San Sisto, ma in generale sull’ar-gomento ospedaliero viterbese, cfr. FK 2004. 5  G 2002, p. 197; anche AA.VV. 2006, pp. 109-113. 6  Altri esemplari in maiolica, sempre pertinenti all’antico ospedale e di proprietà della ASL di Viterbo, sono oggi in esposizione presso il Museo della Ceramica della Tuscia di Palazzo Brugiotti in Viterbo, sia con i caratteristici emblemi sopra riportati, sia come generici contenitori. 7  C 2005, vol. I; a p. 343 si registra che nel 1609 m° Matteo votaro se fatto romito a Napoli et la bottegha si ha fatto la spitiaria. Si tratta di una delle ventuno botteghe poste dinnanzi al Santuario ed affittate per la fiera. Questa spezieria, nel tempo era divenuta farmacia destinata anche agli abitanti de La Quercia e i frati, nel 1875, chiedevano di mantenerla attiva (p. 350). Nelle pitture del chiostro piccolo è rappresentato, nella lunetta cosiddetta lavamani, il complesso del Convento e orti. In questi ultimi si può individuare la parte destinata alla coltivazione dei semplici (fig  .  25, p. 480), mentre si ammira, dipinta, l’iscrizione dell’aromatario del 1628, Padre Fratel Giovanni da Vercelli (illustrazione a p. 482). Al tempo delle persecuzioni napoleoniche (1810) risultano speziali a La Quercia f. Alvaro Soalangeli e f. Vincenzo Ladi (C 2005, vol. II, p. 131). 8  G 2002, p. 149. 9  S 1915-20, p. 379: «[Nel Museo allora allestito all’interno della Chiesa di Santa Maria della Verità] …è un grosso banco già appartenente alla farmacia delle monache di S. Caterina, con sopra un bel vaso di marmo, che  – 64 – il convento di Santa Maria del Paradiso 10  ove un’erboristeria è esistita sino a qualche decennio fa, il romitorio dei Cappuccini alla Palanzana e convento dei Cappuccini di San Paolo 11 , il monastero di Santa Rosa  12  e il monastero della Visitazione o della Duchessa  13 .  fu forse un mortaio, su cui è scritto in greco: fatevi umili ed amate e sul fianco lo stemma del monastero, cioè la ruota dentata che, secondo gli agiografi, straziò il giovane corpo della bella e dotta martire alessandrina  » . G 2002, pp. 769-770: « Con atto del 13 Gennaio 1913 la Chiesa venne ceduta al Comune, il quale aveva già preso possesso del  Monastero il 5 Ottobre 1911. Nel documento si menzionavano: … il mobilio della farmacia del Monastero costituita da scaffali e tavoli, e sette poltrone di noce tornite, ricoperte anche nella spalliera di damasco rosso, ed aventi più una fodera di pelle rabescata. Tali poltrone sono del secolo XVIII, e vengono cedute per essere trasportate a spese del Comune al Museo Civico, nel quale dovrà altresì trasportarsi il mobilio della cessata farmacia». Il banco della spezieria, invece, è presente nelle collezioni del Museo Nazionale di Palazzo Venezia ed ora esposto, in una sala, unitamente al corredo della Spezieria delle Benedettine di Montefiascone e di cui si parlerà appresso. 10  Z 1971, pp. 97-104. 11  I Cappuccini, a Viterbo, posero la prima pietra nel 1589 benché da almeno un cinquantennio, quindi dagli anni attorno al 1538-1540 ca., dimoravano nel piccolo convento o romitorio della Palanzana. In sostanza il Convento di San Paolo ebbe, fin dall’srcine, una sua precisa funzione, quella di ospitare gli infermi delle comunità dei cappuccini del viterbese (tra il 1535 e il 1599 si conteranno nella Tuscia, oltre i due di Viterbo, i Conventi di Civita Castellana, Gallese,  Acquapendente, Montefiascone, Bassano, Bagnoregio, Ronciglione, Vetralla, Proceno, Farnese, Orte, Isola Bisentina, e, nel 1779, quello di San Lorenzo Nuovo). Stante la funzione ricoperta dal Convento di San Paolo, cioè quella di assistere i religiosi cappuccini ammalati, la presenza in esso di una Infermeria era basilare e se ne ha notizia fin dalle prime cronache, tanto che nel 1647 si rappresentò la necessità di costruire ben quindici nuove stanze, e altre ancora furono edificate nel 1733. Si ha notizia della presenza di un medico fisso almeno fin dal 1601, allorché papa Clemente VIII autorizzava il sacerdote Santino Paulini ad esercitarvi l’arte medica. Ovviamente accanto all’infermeria non mancava certo la spezieria benché la documentazione in questo senso non è abbastanza illuminante perché non si hanno gli inventari e l’unico pervenuto risale soltanto al 1910 e vi si parla della presenza di  Medicinali a sufficienza, Bilancie n. 3, Mortaio grande di bronzo n. 1, Mortaio piccolo di bronzo n. 1, Mortaio piccolo di avorio n. 1, Mortaio piccolo di maiolica n. 1, Catini di ottone n. 4. Nella spezieria vi si confezionava lo sciroppo del cappuccino (voce segnalata nel 1891 come una “risorsa”), mentre all’infermeria si rivolgevano anche secolari per farsi estrarre qualche dente o per ricevere qualche “rinfrescante” (1893). Cfr. in proposito D’A 1989,  passim. Nel corso di queste ricerche si è avuta notizia di una brocca da spezieria che potrebbe provenire da uno dei Conventi dei Cappuccini di Viterbo. Si tratta di una brocca grande per contenere l’ acqua di ruta capraria o  galega officinalis  . La grande brocca, biansata con vasta bocca e pippio versatoio, completamente coperta di smalto stannifero bianco, porta una decorazione con il tradizionale simbolo francescano delle mani incrociate di Gesù e San Francesco su croce, entro una ricchissima cornice floreale con maschera sottostante e corona superiore. La brocca porta sul retro la data 1722 e la sigla O.S.R.A . Ovviamente non ci appare possibile avanzare alcuna ipotesi né sulla bottega di produzione, sulla sigla e sulla certezza che possa essere appartenuta alla spezieria dei Cappuccini viterbesi. Dobbiamo soltanto completare questa notizia riferendo che una bottiglia, per acqua di cicoria  , con lo stesso stemma e siglata O.S.R.A . sul retro ma senza data, appare edita nel catalogo della mostra BJ, P, T 2005. La scheda della bottiglia, appartenente alla collezione di Cesare Dall’Osso di Fermo, curata da M. C (scheda e fig  .  n. 87, p. 138), evidenzia una datazione al sec. XVII e una produzione attribuita a Castelli mentre nulla aggiunge sulla sigla. Ovviamente questo è un nuovo capitolo tutto da interpretare e approfondire. 12  Circa questa spezieria, parzialmente andata dispersa, G 2002,   p. 402 : « Il Comune di Viterbo nel 1597 accordò al Monastero cento scudi quale contributo per la fondazione e attrezzatura di una farmacia. La farmacia è stata ripresa in una foto dai fratelli Sorrini, si vede una bella scaffalatura in legno recante in un cartiglio l’anno 1691…(Foto  31). Sull’architrave della porta d’ingresso è ancora la scritta Aromataria. I vasi ovoidali in ceramica [si tratta in effetti delle scatole per contenere i semplici, anche se non mancano alcuni vasi in porcellana bianca], che vedo sui ripiani delle scaffalature, portano sul fronte le voci Mandorle, Giugiule, Saparilla, Rabarbaro, Biacca, Manna, Anis». Dal-l’esame della foto pubblicata si vede il banco della spezieria con sopra la bilancia e un mortaio, mentre contenitori in vetro sono collocati sugli scaffali. La spezieria è stata venduta nel 1961.   Nella pubblicazione, curata dalla Società  Archeologica “Pro Ferento”, Le ceramiche del Monastero di Santa Rosa da Viterbo, Viterbo 2002, sono presenti due albarelli (figg  .  28 e 29) mentre una grande tazza (fig  .  49), dalla doppia presa affiancata e lungo versatoio a becco d’uccello, ci appare strutturalmente predisposta proprio per il lavoro di spezieria. 13  D C 1994; nell’appendice documentaria relativa alle  Memorie sopra l’erezione del Monastero della Santissima Visitazione detto della Duchessa in Viterbo, di alcuni interessi appartenenti al medesimo Monastero così viene scritto (pp. 45-46): « Et a 15 di Giugno 1622 subentrò nell’offitio Donna Maria Angela Giambonini Romana quale sin dal  principio diede occhio ad un opra molto utile et necessaria ad un ben ordinato Monastero, che fu di accomodar la spetiaria, et di fargli una comoda officina come si fece, et in maniera nel suo triennio la redusse a perfettione facendo fabbricar di nuovo una bellissima stanza con riempirla di vasi necessarij ad ogni sorte con un stillatorio non inferiore a qualsivoglia sia nella città di Viterbo, et vi si spesero quattrocento scudi  » . La cronaca, come ben si evince, illustra addirittura una preesistenza della spezieria al 1622 che, in quell’anno, fu completamente ristrutturata. Di essa non conosciamo alcun arredo anche se non può escludersi che, all’interno del monastero, siano rimaste alcune testimonianze.  – 65 – Oggetto di un recente studio 14  è stata anche l’ aromataria del monastero delle monache clarisse di San Bernardino sempre in Viterbo, noto soprattutto per la presenza di Santa Gia-cinta Marescotti. Non se ne conosceva l’epoca di erezione poiché l’archivio monastico, in gran parte, è andato perduto in seguito ai bombardamenti della Seconda Guerra, anche se, come si rileva da alcuni documenti successivamente ritrovati, l’evento si può fissare intorno al 1633. Nonostante la completa dispersione del corredo apotecario, sono stati individuati otto contenitori della spezieria (  fig.  3), conservati oggi in collezioni private o apparsi in pubblica-zioni e cataloghi d’aste, che unitamente alle informazioni ricavate dalle visite pastorali hanno permesso la ricostruzione di alcuni caratteri materiali della struttura. Le ceramiche – decorate con il motivo della foglia di vite bipartita su smalto berettino – possono datarsi tra il primo e secondo quarto del sec. XVII in un periodo cui la badessa era una religiosa della famiglia Baglioni, poiché contrassegnati proprio con l’emblema di questa casata, segno di committenza (stemma confrontabile con quello dipinto nella cappella Baglioni in Sipicciano, della fine del sec. XVI 15  e in quello rappresentato in forma monumentale nella fontana interna del giardino dello stesso monastero).Per le spezierie presenti nei centri della provincia viterbese va detto che un lavoro esaustivo è stato fatto per la ricostruzione e la riproposta della spezieria del monastero di San Bene-detto a Montefiascone 16 , mentre una memoria dei vasi apotecari, già presenti nella spezieria del monastero  Monte Carmelo  di Vetralla, eretto nel 1669, distrutto dai bombardamenti del 6 giugno 1944 e poi riedificato, appare documentata nelle immagini di un albarello, di due orcioli-versatoi e di tre grandi brocche per acque officinali presenti in una pubblicazione del 1934 17 . Sul litorale settentrionale della provincia viterbese, a Montalto di Castro, presso il palazzo comunale, si conserva un nucleo di contenitori in maiolica provenienti dalla spezieria-farmacia comunale e di quella del convento di San Sisto; ne fanno parte anche alcuni stagnoni   di produzione ligure finora inediti. Per il paese di Gradoli sappiamo che dopo l’antica spezieria comunale, nel 1718, il filippino Padre Giulio Danielli, ricevuta la concessione del Palazzo Farnese per la costituita Congregazione dei Padri Filippini (9 maggio 1716), decise per la fondazione di una spezieria  18 . Si segnalano inoltre notizie di una spezieria di srcini cinque-centesche a Bagnoregio, una a Viterbo documentata nel XVIII secolo, una a Blera riferibile al XIX secolo e di quelle presenti a Marta dal secolo XVI sino al XVIII 19 . 14  L 2008. 15  M, P 2003. 16  S, L 1994. 17  P 1934, p. 116; questi vasi, in epoca imprecisata, furono acquistati dal lanificio Maurizio Sella con sede nella Villa S. Gerolamo in Biella. 18  Su questa spezieria, per la quale fu appositamente incisa la scritta «AROMATARIA» sull’architrave del palazzo Farnese di Gradoli (oggi prima stanza della biblioteca), cfr. A, P 2006, pp. 121-123; questa la cronaca riportata: [Il padre Danielli decise] esser venuto il tempo di metter in esecuzione il disegno che aveva di erigere una spezieria  per uso della Congregazione, ed anche del Paese, se vi fosse bisogno. Quindi sentendo volerla vendere una in Canino, il Sig. Curato Giacchetti di Farnese, applicò al trattato… doppo poco tempo si fermò il partito per cento scudi con tutto quello che si conteneva nella spezieria, cioè barattoli, brocche, scatole, bancone, cassabanchi, mortari d’ottone, di marmo, bilancione; ed altri stigli di spezieria; con anche parte de’ medicamenti, unguenti, pietre preziose, circa a seicento capi di roba. Seguita la compra, non fu differito il trasporto d’ogni cosa; poiché in due o tre giorni si vide tutta condotta in Congregazione, con l’assistenza d’un Padre Eremito Carmelitano d’Acquapendente bravo e famoso speziale quale poi chiamando il Sig. l’anno seguente, che fu il Millesettecentodiciannove, entrò in Congregazione prendendo l’abito per applicare alla Spezieria, nella quale ha fatto conoscere la sua perizia essere secundum artem non superficiale. Su questa spezieria, per la quale fu appositamente incisa la scritta «AROMATARIA» sull’architrave del palazzo Farnese di Gradoli (oggi prima stanza della biblioteca). Purtroppo anche di questo corredo, disperso, oltre quanto documentato nel citato volume e sulle visite pastorali cui i curatori fanno riferimento, null’altro si conosce.   Sull’argomento cfr. pure C 1986, pp. 46-47. 19  P 1973; e M 1993. Gli studi sono interessanti: per la tipologia della nomenclatura ceramica e botteghe di produzione (Genova e Bagnoregio), il primo, e per la vasta indicazione dei medicamenti, il secondo; v. A et al.  2003, pp. 74-76.  – 66 – L      La maggior parte dei contenitori ceramici in uso nelle spezierie del Lazio settentrionale è composta da brocche, orcioli e albarelli, coperti da smalto stannifero di colore azzurro-cinerino (detto berettino ) e decorati con motivi vegetali – in specie la foglia di vite bipartita – in blu cobalto. Per molti casi si tratta di ceramiche prodotte nel corso del ’600 in botteghe situate in un territorio, quello appunto alto laziale, in cui per un lungo periodo – come del resto accade in moltissimi altri luoghi della storia della ceramica – diverse culture partecipano e si confrontano in un medesimo centro produttivo. Tale genere apotecario viene in letteratura attribuito a vari luoghi della penisola, tra i quali ricorrono con più frequenza Faenza, Venezia, Liguria e Roma. In generale, molte affinità, sia sul piano delle forme che delle decorazioni, rendono difficile ridurre quel margine di incertezza nelle attribuzioni a determinate aree di produzione.  A proposito di questo settore della storia della ceramica, recenti ricerche nel Lazio settentrio-nale hanno portato ad inattese e decisive scoperte. L’esempio più significativo è nello studio delle quarantasette maioliche delle collezioni di Palazzo Venezia in Roma, provenienti dalla spezieria delle benedettine di Montefiascone (  fig.  4). Prendendo in considerazione ogni tipo di documen-tazione disponibile – materiale, iconografica e d’archivio – è stato identificato l’autore in un tale Gabriello Gabrielli (1610-1671), vasaio attivo a Bagnoregio intorno alla metà del ’600 20 . Fino a qualche anno fa gli unici elementi in grado di testimoniare il lavoro della ceramica in questo piccolo centro del viterbese consistevano in un passo dello statuto cittadino del 1373 in cui si proibisce l’esportazione di vasi ed orci 21 ; un piatto conservato nel Victoria & Albert Museum di Londra recante sulla tesa l’iscrizione: Io Silvestro d’Angelo Trinci da Deruta fatto in Bagniorea 1691 22 ; e un inventario presentato da Giovanni Pesce nella VI edizione (1973) del convegno di Albisola, in cui nell’arredo di una spezieria viterbese del 1784 figurano, tra le altre cose, maioliche di Genova e di Bagnoregio 23 . Sulla base di questi documenti sono iniziate le ricerche, che nel corso degli anni hanno svelato un quadro sempre più chiaro, per certi versi imprevisto, e che permette oggi di attribuire molte ceramiche utilizzate nelle spezierie altolaziali secentesche (del resto in gran parte rivestite con smalto berettino) a botteghe di Bagnoregio.Sappiamo dunque oggi che nel periodo compreso tra la metà del XVI secolo e la metà del  XVIII, i due centri dell’alto Lazio che si distinguono per un profilo sovraregionale dei vari aspetti del lavoro ceramico sono Acquapendente e Bagnoregio 24 : il primo posizionato lungo la via Cassia presso il confine con la Toscana; il secondo più a sud, tra il Tevere e il lago di Bolsena. In quest’area, la geografia dei luoghi di lavoro dell’argilla documentati, pone in evidenza una bassa definizione dei centri produttivi corrispondente ad un’area che comprende una parte dell’Umbria occidentale, il Lazio settentrionale e una parte della Toscana meridionale. Nello studio della ceramica del ’600, si è notato come i prodotti e gli uomini si muovessero entro uno spazio praticamente sovrapponibile a questa area, che dunque potremmo indicare come l’ambito geografico di riferimento 25 . 20  S, L 1994; precedentemente erano state avanzate attribuzioni a botteghe romane, M 1990, e venete M-M 1990, p. 178. 21  C, M 1922, p. 181: […] nullus vascellarius vel calcenarius possit nec debeat portare vel  portari facere aliquam salmam vasorum seu urceorum ad aliquem locum […]  . 22  Edito in RK 1940, vol. I, p. 48, vol II n. 1193. 23  P 1973. 24  C 1997, a p. 87 è citato un documento in cui nell’anno 1576 un vetturale di Acquapendente, tale Massimo di Pietro, in società con alcuni ceramisti della stessa città, si occupa anche del trasporto della ceramica bagnorese; C 1994. 25  Per una caratterizzazione ulteriore – in senso ceramologico – del territorio in questione, va detto che esso è delimitato dalle città di Orvieto e Viterbo, tra i primi luoghi di produzione di ceramica rivestita fine da mensa dell’Italia centro-settentrionale. Inoltre, nel viterbese, lungo la valle del Tevere, si trovano anche le piccolissime cittadine di Gallese e Vasanello, già note grazie agli articoli di Carlo Grigioni editi in «Faenza» e poi con il recente studio di Paolo Güll (GÜ 2003, pp. 217-243) sull’artigianato romano, come terre d’srcine dei protagonisti del lavoro ceramico a Roma.  – 67 – I   :    Nella seconda metà del ’500 la quantità dei vasai che lavorano a Bagnoregio – in gran parte immigrati, provenienti da vari luoghi dell’Italia centro-settentrionale – indica come l’artigianato della ceramica fosse la principale delle ‘arti’ praticate nel centro urbano. Si hanno informazioni, anche dettagliate, sul ciclo del lavoro e sui suoi attori ma non siamo ancora in grado di poter riconoscere a pieno la varietà degli oggetti realizzati, alcuni dei quali documentati dalle sole fonti scritte. Nel corso del secolo appare distintamente l’attività di alcune famiglie di ceramisti (tra le più ricorrenti i Carrazza, che prima degli anni ’90 vengono citati con il nome del luogo di provenienza, «Monferrarie», gli Alessandrini e i Gabrielli, attivi soprattutto nel secolo seguente). Gli umbri di Deruta, costituiscono un gruppo a parte. Essi figurano nelle fonti, a partire dalla metà del ’500 circa fino agli ultimi anni del secolo successivo, in quantità prevalente sugli altri, ma non tutti ancora stanziati a Bagnoregio; molti di loro non interrompono i rapporti con la terra d’srcine mentre altri si stabiliscono definitivamente nella nuova terra, imparentandosi con famiglie di artigiani locali 26 . Tra i prodotti realizzati nelle botteghe bagnoresi, oltre alla maiolica legata al ciclo dell’ali-mentazione si registra una grande varietà di ceramiche d’uso architettonico, che comprende mattoni smaltati usati per la copertura dell’intelaiatura dei soffitti e per le pavimentazioni 27 ; ma anche forme specialistiche come saliere, calamai, acquasantiere, ben documentate nel-l’inventario della singolare bottega di Domenico Gabrielli (1595-1643) 28  in cui la gran parte degli strumenti di lavoro è costituita da stampi e matrici di diversi tipi di oggetti 29 . A ciò si aggiunge una significativa produzione di ceramiche devozionali, specialmente targhe ed ex-voto, che rappresentano in modo particolare l’influenza derutese, anche nelle immagini di culto, come avviene per la Madonna di Bagni venerata a Casalina presso Deruta, presente in alcune ceramiche bagnoresi accanto a figure del culto locale quali Bonaventura o Donato. Vale la pena qui segnalare un caso particolare: nelle stoviglie da mensa, tra la fine del ’600 e gli inizi del secolo successivo, si giunge ad una semplificazione e, al tempo stesso, ad una standardizzazione degli aspetti stilistico-formali nei motivi derivati dal tema calligrafico-naturalistico; tuttavia, negli stessi anni troviamo alcune ceramiche con una singolare deco-razione: in particolare piatti e bicchieri con la caratteristica distintiva di raffigurare vedute di paesaggi urbani per lo più immaginifiche circondate da motivi vegetali e, a volte, uccelli, in 26  Il fenomeno della mobilità dei ceramisti è ben documentato per i maggiori centri di produzione dell’Italia centro-settentrionale, gli esempi che seguono riguardano direttamente Bagnoregio: Andrea di Filippo da Deruta è presente nei documenti bagnoresi dal 1562 al 1581 ma nel 1578 è a Roma (Archivio di Stato di Roma, not. G.P. Marchesi, 1576-9, cc. 425-7) e acquista da «M.o Alessandro romano» tutte le masserizie di due botteghe «pertinenti all’arte de vaselleria»; il caso di Pier Matteo da Sassoferrato è ancora più significativo, dal 1577 al 1582 esercita la professione di vascellaro nella bottega romana dei Superchina di Casteldurante, nel 1582 è a Sassoferrato e tenta di mettersi in proprio, nei primi mesi del 1583 è a Rocca Contrada, nel mese di agosto dello stesso anno è a Bagnoregio «a lavorare con Flaminio vassellaro», ritornato a Sassoferrato, dopo ripetute infornate andate a male, è costretto a chiudere l’attività e mettersi alla ricerca di una nuova occupazione. Decide di tornare a Roma, durante il viaggio, passando per la Toscana, si trova in compagnia di alcuni banditi di cui probabilmente è complice. Dopo qualche giorno verrà arrestato a Roma, docc. citati in BJ, P, T 2005, pp. 161-174. Ma il documento di maggior interesse sui ceramisti derutesi si trova in una deposizione del 1587 a favore di Ortenzio Bernabei da Deruta che a Bagnoregio svolge «exercitium artis figuli» e che sta per prendere moglie; a parlare è il «figulus» Flaminio Monferrara: «io cognosco Hortentio di Bernabeo da Diruta vascellaro, quale da dieci anni in circa del continuo è praticato tra noi altri vascellari del paese, […] et perché lui è da Diruta, Castello di questo di Perugia dove si fa generalmente l’arte de vasari, et molti de questi huomini praticano di qua a lavorare ancora […]»; Archivio Vescovile di Bagnoregio.,  Acta Civilia  , 8/8/1587, c. 277v. 27  P 2006, scheda F (fig. 6). 28  P 2005. 29  Gli inventari delle botteghe costituiscono una fonte documetaria di straordinario rilievo poiché permettono una diretta analisi degli spazi del lavoro del ceramista e persino una puntuale ricostruzione del ciclo di produzione sulla base degli oggetti rinvenuti al loro interno.
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