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CARMEN SARI Erminia Fuà, poetessa di vocazione e non di elezione In I cantieri dell italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVIII congresso dell ADI Associazione degli Italianisti (Padova, settembre 2014), a cura di Guido Baldassarri, Valeria Di Iasio, Giovanni Ferroni, Ester Pietrobon, Roma, Adi editore, 2016 Isbn: Come citare: Url = Congresso?pg=cms&ext=p&cms_codsec=14&cms_codcms=776 [data consultazione: gg/mm/aaaa] CARMEN SARI Erminia Fuà, poetessa di vocazione e non di elezione Erminia Fuà Fusinato, poetessa, divulgatrice delle nieviane Confessioni d un Italiano, educatrice, socia corrispondente dell Ateneo Veneto dal 1872 al 1876, anno della sua morte, nel volume intitolato Versi, che può definirsi un autobiografia poetica, offre al lettore molteplici scenari, privati e pubblici, della società ottocentesca italiana. «Senza avere neppure appreso le leggi del metro» come dichiara a Tabarrini nel 1873 Erminia racconta, con forma schietta e semplice, il Risorgimento italiano, le disavventure familiari, le bellezze della natura, il ruolo e la condizione della donna, i dolori e le gioie di un esistenza travagliata, condizionata, emancipata. Dio, patria, famiglia sono tre concetti fondanti la vita e la produzione poetica della scrittrice rodigina. L animo di Fuà, che si espande nel celebrare la patria libera, gloriosa, unita, indipendente, si eleva ancora di più, se possibile, quando evoca immagini del suo santuario domestico. La poetessa ha dato prova della spontaneità, della grazia e della bellezza artistica. La forma stessa appare conforme a quell estetica del bello che si cela nel vero e il pensiero fluisce così come nacque nella sua mente. Ciò conferisce alla poesia quel carattere di ingenuità, verità e purezza che si ammira nei rimatori antichi e che Leopardi ritrovò nell imitazione dei Greci. Il titolo del presente contributo, che riprende un'espressione utilizzata da Marco Tabarrini nella prefazione al volume Versi di Erminia Fuà, trova conferma nella poesia che la poetessa rodigina dedica al marito Arnaldo Fusinato, di cui riporto, qui, alcuni versi significativi: Sì, non appena la mia giovin mente Comprese il gaudio, La speranza e il pianto, Un affetto mi vinse alto e potente Per questa ispiratrice arte del canto; E una voce secreta: Canta, mi disse, tua sarai poeta. 1 oltre che nella testimonianza di Pompeo Gherardo Molmenti: la poesia era nata con lei; sarebbe diventata una grande improvvisatrice, ma fortunatamente non la tentò il plauso lusinghiero. La sua casa era il ritrovo di colte ed egregie persone, che ammiravano il suo ingegno precoce, e nel cui frequente conversare si sviluppò, forse inavvertitamente, quell'innato sentimento del bello e del buono, che fu l'ispiratore costante dei suoi scritti e delle sue azioni. 2 La maturità dell'ingegno, gli studi e la conoscenza del mondo non hanno ridimensionato l'originalità del suo genio poetico. Continuando ad esser poeta, non ha mai cessato di essere donna, madre, moglie, educatrice. Erminia Fuà, poetessa, divulgatrice delle nieviane Confessioni d'un Italiano, educatrice, socia corrispondente dell Ateneo Veneto dal 1872 al 1876, anno della sua morte, offre al lettore, nel già citato volume Versi, che può definirsi un autobiografia poetica, molteplici scenari, privati e pubblici, della società ottocentesca italiana. «Senza avere neppure appreso le leggi del metro» come dichiara lei stessa a Tabarrini nel 1873 racconta con forma schietta e semplice, il Risorgimento italiano, le disavventure familiari, il ruolo e la condizione della donna, la morte di un amico, le nozze di una compagna d'infanzia, la sofferenza di una madre per la perdita di un figlio, le bellezze della natura, le problematiche sociali, i dolori e le gioie di un esistenza travagliata, condizionata, emancipata. Dio, patria, famiglia sono tre concetti fondanti non solo la sua vita ma anche la sua produzione poetica. Il mio breve intervento ha quale focus le liriche risorgimentali: l animo di Fuà si espande, qui, nel celebrare la patria libera, gloriosa, unita, indipendente. 1 M. TABARRINI, Prefazione, in E. FUÀ, Versi, Firenze, Le Monnier, 1874, 16, vv P. G. MOLMENTI, Erminia Fuà Fusinato e i suoi Ricordi, Milano, Treves, 1877, Da Rovigo, sua città natale, a Roma, la sua vita attraversa in pieno il periodo pre e postunitario. Grazie alle annotazioni del suo primo curatore, Molmenti, siamo a conoscenza del modo in cui la quattordicenne ha vissuto e respirato l'aria patriottica, dapprima nella sua famiglia e in seguito nell'ambiente circostante. L'abitazione di Castelfranco Veneto, di proprietà della famiglia Fuà, diventa un centro di cospirazione contro gli oppressori, in cui la giovinetta - come viene affettuosamente appellata da Molmenti - partecipa attivamente alle discussioni animate da letterati, storici, economisti, sociologi, dialogando e proponendo strategie: Si era alla vigilia del' 48, e nelle conversazioni private, nei privati convegni si manifestavano i desideri ardenti che agitavano quella generazione che credeva e sperava in tante cose. Dappertutto un vigore nuovo di intelligenza, un rigoglio non più veduto. 3 Le conversazioni storico-patriottiche che avvengono nel salotto di casa Fuà, alla presenza di Marco e Benedetto Fuà, rispettivamente padre e zio della giovane, hanno sicuramente contribuito a strutturare la forma mentis dell'allora adolescente, la quale trova nella poesia patriottica un rifugio, un luogo per narrare l'inesprimibile in altro modo. Leggendo Molmenti e Ghivizzani si ha la sensazione che il 1848 in Veneto abbia comportato una rinascita letteraria o meglio un risorgimento letterario. Gli intellettuali veneti hanno espresso le loro idee politiche tramite la scrittura in generale e la poesia in particolare, anche per eludere la censura austriaca. «Il nostro Risorgimento» - afferma Molmenti - «è dovuto alle lettere: tanto che le armi non vinsero, eppure trionfò il concetto» 4. Nel comporre versi l'adolescente e inesperta ragazza di provincia, che vive in una regione periferica dell'impero asburgico, 5 rivela una chiara ispirazione patriottica, un'esaltazione d'idee, «una potenza d'intelletto e un ardore delle nobili cose», 6 tanto che le popolane del luogo la chiamano Il Quarantotto . 7 Si possono cogliere nelle sue pagine adolescenziali e nei canti patriottici un acceso misogallismo unito ad un rancore verso gli Austriaci, come si evince, ad esempio, dai seguenti versi tratti dalla lirica Venezia a Milano, scritta a Castelfranco, nell'agosto 1859: Ahi disgiunta da te! parola amara, Amara tanto che poco è più morte! Quei che l'avversa unì, perché separa La lieta sorte? Dal dì fatal che il novo disinganno, O sorella, nel cor m'ebbe colpita, Trascino avvolta in un orrendo affanno L'egra mia vita. O sorella, se alcun di quegli erranti A chiederti venisse un pane e un tetto, Deh! ricordati ancora i nodi santi Del nostro affetto. Così in questo dolor, che non fia eterno! Più rassegnata aspetterò quell'ora, Che insiem con l'altre al tuo bacio fraterno 3 Ivi, 8. 4 Ibidem. 5 La patente 7 aprile 1815 istituisce il Regno Lombardo Veneto, con due distinti governi, uno a Milano e uno a Venezia. 6 Ivi, Tale appellativo è ricordato così da Molmenti: «La fama di patriota ardente e coraggiosa era tale in paese che le popolane la chiamavano, per antonomasia, il quarantotto» (ivi, 48). 2 Mi torni ancora. 8 Erminia, al contrario di tante sue coetanee, è molto colta e continua ad incrementare le proprie conoscenze, dimostrando - come testimonia Molmenti - di possedere gusti raffinati dal momento che persiste nell'avere una «costante avversione alla letteratura frivola e romanzesca». 9 Fuà, non solo è consapevole della sua diversità formativa-letteraria, ma comprende pienamente anche le coordinate storico-sociali-economiche del suo tempo, tanto che i termini patria , indipendenza , unità diventano un biglietto da visita della nostra poetessa, almeno fino al L'armistizio di Villafranca che gli Italiani e i Veneti in particolare non perdonano a Napoleone III, la prostra tanto da dedicare al figlio, non ancora nato, i seguenti versi: Angelo ignoto ancora e già sì amato Che nel mio seno palpitare io sento Dimmi, provi tu pur tutto il tormento Onde mi strazia della patria il fato? 10 Dopo tale pace ogni primavera era attesa dai Veneti come apportatrice di guerra e libertà, come si evince dai versi che Fuà redige nell'aprile 1865, durante il suo soggiorno fiorentino: Fin nell'erme prigion, nei chiostri oscuri La speme entra e il desir, Quasi a tutti il novel raggio maturi Più sereno avvenir. Pur v'ha una donna derelitta e mesta, Che al sorger d'ogni april Con crescente dolor chiude la testa Nel manto vedovil. Oh! chiuso è il nostro core anco alla festa Del rinascente april, Finch'Ella vive derelitta e mesta Nel manto vedovil! 11 Questa tregua segna l'inizio di una tenace resistenza che condurrà, successivamente, alla liberazione e all'annessione al Regno d'italia. La vita quotidiana dei patrioti veneti si svolgeva sotto stretto controllo delle milizie austriache e la censura colpiva severamente tutte le attività intellettuali. Le poesie sovversive di Fusinato, Dall'Ongaro, Aleardi, Prati, Zanella, Cabianca veicolavano messaggi non decifrabili dai dominatori. Quest'ultimo è accomunato alla poetessa da un'amicizia profonda, risalente agli anni Cinquanta, come testimoniano le numerose epistole conservate nel Fondo Cabianca della Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza. In esso è custodita una lettera, datata 29 agosto 1867, in cui la studiosa non solo comunica l'avvenuta pubblicazione del capolavoro nieviano Le Confessioni d'un Italiano, ma sollecita il poeta a sottoscrivere alcune schede per facilitarne la divulgazione. 12 Erminia porta a compimento 8 E. FUÀ, Venezia a Milano, in EAD., Versi, 80-81, vv. 1-8, vv , vv MOLMENTI, Erminia Fuà e i suoi Ricordi..., E. FUÀ, Grido di madre dopo la pace di Villafranca, in EAD., Versi, 79, vv E. FUÀ, Primavera, in EAD., Versi, , vv. 9-16, vv Si veda E. VENTURA, Jacopo Cabianca, i suoi amici e il suo tempo. Studio biografico preceduto da una lettera di Antonio Fogazzaro, Treviso, Vianello, 1907, l'impegno morale preso alla morte di Nievo pubblicando presso la casa editrice fiorentina Le Monnier il suo romanzo capolavoro a condizione di spoliticizzare il titolo, neutralizzando italiano in ottuagenario . 13 A Daniele Manin, esule a Parigi, Fuà dedica una lirica struggente, in cui profetizza non solo l'unità d'italia, ma anche un governo retto non più da un doge bensì da un re. Riporto qui l'intera poesia: Non lo vedeste? quando al nostro lido Giungeano finalmente le tre bare, Tre colombe ne uscir come dal nido Ed insieme si misero a volare. Volarono alla Piazza, e sotto l'arco Si fermar della chiesa di San Marco: Poi gaie si levarono e leggiere In cima all'asta delle due bandiere: Alfin l'ho viste che raccolser l'ale Sopra un veron del palazzo ducale. No, non mi dite che gli è un sogno il mio, Né tornan l'alme degli estinti al mondo: A quelle tre lo permetteva Iddio In premio del dolor santo e profondo. E quando si fermar presso la chiesa, Volean dir che anco Roma a noi fia resa; E quando alle bandiere han mosso il volo, Volean dir ch'avremo pure Istria e Tirolo, E dir volean dalla magion ducale: Non più Doge, ma un Re che ben lo vale! 14 Erminia recupera lo spirito della quarantottina e, non più da adolescente bensì da giovane donna, inizia a collaborare con il marito e il cognato Clemente alla causa risorgimentale italiana e veneta in particolare. L'abitazione di Castelfranco diviene la fucina in cui le migliori menti del tempo s'incontravano per accendere negli animi il «sacro fuoco della libertà» 15. Assieme ad Arnaldo, visita le città più importanti del Regno Lombardo Veneto, quali Udine, Belluno, Vicenza, Verona, Mantova, Trento, al fine di unire le fila di quella vasta rete di cospirazione che metteva capo a Venezia e a Padova, e aveva per centro di corrispondenza Castelfranco. Era infatti a Castelfranco che si stampavano i proclami rivoluzionari, era da Castelfranco che, col mezzo di appositi messi, si comunicavano alle circostanti province le istruzioni e gli ordini del Comitato centrale; e mentre Arnaldo, sapendosi sorvegliato, si lasciava vedere tutto il giorno al caffè e al passeggio, Erminia rinchiusa nella sua stanza scriveva le occulte corrispondenze, suggellava i pacchi, dava ai fidi agenti incarichi ed amministrava le modeste rendite della patriottica azienda. E quanta passione, quanta attività, quale sagacia ella poneva in questa pericolosa cospirazione M. ISNENGHI, I luoghi della cultura, in Storia d'italia. Le Regioni dall'unità ad oggi, Il Veneto, Torino, Einaudi, 1986, E. FUÀ, Pel trasferimento in Venezia delle ceneri di Daniele Manin con quelle della moglie e della figlia sua, in EAD., Versi, A. PASCOLATO, Commemorazione di Erminia Fuà Fusinato, Venezia, Tipografia del Rinnovamento, 1876, MOLMENTI, Erminia Fuà Fusinato e i suoi Ricordi, Erminia è promotrice dell'appello delle donne veneziane, trentine e friulane per la libertà di Venezia inviato, quale Strenna natalizia nel dicembre 1861, alla principessa Maria Pia di Savoia, di cui riporto qui alcuni versi significativi: Mi portano i venti Giulivi concenti; E adorne di fiori, Di gemme, d'allori, Le libere e belle Mie cento sorelle Al patrio tuo lido, Quai rondini al nido, O Figlia di Re, Rivolgono il piè. E al dolce pensiero Che in suolo straniero Di gaudî vestita Ti corra la vita, Più meste non sono Del lungo abbandono, Cui tu le prepari, E innanzi agli altari, O Figlia di Re, Si prostran con Te. Perdona se il verso Di lagrime è asperso, Se il voto del core È suon di dolore! Ma il dì che i miei figli Fien tolti agli artigli Dell'austro ladrone, Ben altra canzone, O Figlia di Re, T'aspetta da me! 17 L'arresto del cognato Clemente nel dicembre del 1862 e la sentenza di condanna a sedici anni di detenzione nel carcere di San Giorgio, sconvolgono a tal punto la quarantottina da indurla a recarsi nell'aprile dell'anno successivo a Torino per perorare la causa della libertà del Veneto al re Vittorio Emanuele II. Così racconta quell'episodio Maddolozzo, cugino di Arnaldo Fusinato: Essendo Erminia dal Re Vittorio Emanuele e avendogli detto di essere stata a Superga per pregare in sulla tomba di Carlo Alberto, affinché questi ispirasse il figlio a liberare il Veneto, che il Re surse, e gridò: «Non ce n'è bisogno, sapete, ché l'amo quanto voi... E vostro cognato quale condanna ha? - Sedici anni, Sire. - E non saranno, esclamò Vittorio, ve lo giuro, sedici mesi». - E fu vero, fu parola di re... galantuomo E. FUÀ, Venezia a Maria Pia per l'albo offerto all'augusta principessa nell'occasione delle sue nozze dalle donne venete, trentine ed istriane, in EAD., Versi, cit., , vv. 1-20, vv (Castelfranco, 1862). 18 Cito da G. GHIVIZZANI (a cura di), Erminia Fuà Fusinato. Scritti letterari, con un Discorso del Medesimo (Proemio), intorno alla vita e le opere dell'autrice, Milano, Libreria di Educazione e d'istruzione di Paolo Carrara, 1882, XXX, nota 4. 5 Erminia, patriota autorevole e spesso, purtroppo, dimenticata, nel maggio 1866, alla vigilia dell'annessione del Veneto al Regno d'italia, redige una delle sue liriche risorgimentali più celebri, intitolata Viva l'italia unita!, la quale può ritenersi il manifesto programmatico della sua idea di stato unitario, indipendente e sovrano. Riporto qui i versi conclusivi: Viva l'italia unita! il grido è questo Che fra gli artigli della rea nemica L'ultimo anello infrangerà ben presto Della catena antica; Ed all'amplesso della gran famiglia Che le braccia le stende, Ridonerà la figlia Che guarda in volto a' suoi tiranni, e attende! 19 Nell'ottobre dello stesso anno, Fuà, da fervente patriota oltre che da donna coraggiosa e anticonformista, esprime il suo amore per Venezia in una lirica molto intensa, denominata A Venezia: Deserta, inerme, di catene avvinta, Un'arma ti sei fatta anco del lutto, E tutta Europa col tuo pianto hai vinta, E vinto hai tutto. E, mentre al mondo tu avvilita appari Perché ai destini tuoi Francia ti rende, Tu il vindice di Dio decreto impari, Che per te splende. Sì, è Dio che vuole che il nepote istesso Di colui che, non sua, ti dié all'estraneo, Libera e grande ti confermi adesso Con la sua mano. 20 Il suo immenso amore per la città lagunare, profondo e intenso come quello del marito, Arnaldo Fusinato, costituisce il focus anche della lirica Venezia alla Polonia: Fur distrutte le mie splendide navi, Maraviglia alle genti; Fin la gloria scontar mi fan degli avi Quest'invidi potenti! Or volgono quattr'anni, e le ritorte Una benigna sorte Infranse alla mia suora, E me oblian terra e cielo, e servo ancora! Ma né l'ira dei tristi o il fato avverso Farà languir l'affetto Ch'io mal tentai significar col verso Umil tanto e negletto! E se giorno verrà che il voto mio Alfin coroni Iddio, Oh allora sol saprai Quanto piansi per, quanto pregai! E. FUÀ, Viva l'italia unita!, in EAD., Versi..., 150, vv E. FUÀ, A Venezia, in EAD., Versi..., 152, vv , vv E. FUÀ, Venezia alla Polonia, in EAD., Versi..., , vv , vv Alla coralità delle voci femminili che hanno voluto l'indipendenza e l'unità e che hanno lottato per esse, la poetessa rodigina si aggiunge con particolari connotazioni che, mentre la legano agli ideali del suo tempo, ne fanno anche un'antesignana di modi di pensare e di vivere più vicini ai nostri giorni e alla nostra sensibilità. I suoi amici sono Ippolito Nievo, Niccolò Tommaseo, Cesare Correnti, Benedetto Cairoli; tra i suoi conoscenti figurano Giannone, Mamiani, Lambruschini, Cantù, Sella. Sua grande ammiratrice è la principessa di Piemonte, Margherita, futura regina d'italia, che presenzia alle sue conferenze e instaura con lei un rapporto di vera amicizia, come si evince dai seguenti versi contenuti nella lirica A sua A. R. La Principessa Margherita nell'occasione delle sue nozze dalle signore fiorentine: E tutti i fior, dal mare all'alpi estreme, Vennero ad ammirar la Margherita, E in una fede e in una sola speme L'han vista al Giglio di Firenze unita. L'han vista appena, e tutti i fiori insieme Regina l'han chiamata e riverita. Umile in tanta gloria Ella restava, E regina ogni fior salutava, Ed ogni fior dall'alpi alla marina La Margherita salutò regina! 22 La tematica risorgimentale è presente anche in alcune lettere redatte da Fuà ed in modo particolare nella Lettera terza compresa ora negli Scritti letterari, curati da Ghivizzani: Siamo in un periodo nel quale gli uomini nostri sono troppo inferiori agli avvenimenti, in cui le passioni politiche tengono luogo delle opinioni, e in cui le turbe inerti, inette, impazienti, fanno una colpa a chi dovrebbe guidarle anche di ciò ch'esse non sanno fare. La condizione dei popoli oppressi, togliendo loro la responsabilità delle loro azioni, li abituava ad una inerzia, il riscuotersi degnamente dalla quale non è mai agevole e spesso torna impossibile per difetto di volontà. Io credo sempre a questo sentimento potente che ci univa tutti, e sono convinta ch'esso non verrà mai meno. Qui ci sarebbe stoffa per fare cose stupende! L'indole di queste popolazioni è vivace ed affettuosa, le doti del cuore rispondono a quelle della mente, ma non furono né sono sviluppate, quanto potrebbe, quanto dovrebbe. In molta parte delle persone anche istruite, vive ancora la credenza che la rimanente Italia non apprezzi, non ami quanto lo meritano queste province. 23 Non è facile enucleare da una vita intensa, seppure breve, i punti salienti e significativi senza rischiare di ridurre o minimizzare la ricchezza di esperienze e di elaborazioni concettuali; e se i dati puramente biografici sono talvolta utili per la comprensione del pensiero, lo sono in particolare per Erminia Fuà. Essi scandiscono il suo itinerario mentale e si collegano ai grandi eventi politici e sociali dei quali fu testimone, interprete e protagonista. Concludo il mio intervento, citan
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