Carmen Santoro. Operai. Chi sono, cosa pensano, come vivono e come muoiono le tute blu dell Italia del terzo millennio

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Carmen Santoro Operai Chi sono, cosa pensano, come vivono e come muoiono le tute blu dell Italia del terzo millennio Indice Prefazione di Mimmo Calopresti pag. 7 Introduzione pag. 11 Dieci mesi dopo pag.

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Carmen Santoro Operai Chi sono, cosa pensano, come vivono e come muoiono le tute blu dell Italia del terzo millennio Indice Prefazione di Mimmo Calopresti pag. 7 Introduzione pag. 11 Dieci mesi dopo pag. 13 Ore di dicembre pag. 17 I giorni che vennero pag. 35 Prima che l anno finisca pag. 41 Gennaio pag. 47 E poi venne febbraio pag. 59 Marzo pag. 65 Aprile pag. 77 Verso l estate pag Nutrimenti srl Prima edizione ottobre via Marco Aurelio, Roma Art director: Ada Carpi In copertina: foto di Diego Rinaldi ISBN Prefazione Ho con gli operai un legame sentimentale. Sono arrivato a Torino negli anni Sessanta, ancora bambino. Mio padre faceva l operaio alla Fiat e tutta la mia vita allora ruotava attorno a quella fabbrica: l obiettivo era riuscire a vivere meglio, conquistare il benessere. E la fabbrica rispondeva a quella esigenza. Le lotte operaie in quegli anni avevano migliorato la qualità della vita dei lavoratori: avevano ridotto l orario di lavoro, aumentato i salari, introdotto norme di sicurezza e garanzie. Insomma, gli stessi operai avevano portato la democrazia in fabbrica ed esisteva una cinghia di trasmissione tra il mondo produttivo e il resto del paese. I lavoratori, poi, conoscevano il padrone, sapevano con chi interagire. Alla Fiat, nonostante fosse una grande azienda, tutti sapevano chi era Gianni Agnelli, lo si poteva incontrare in azienda o vederlo per strada. Con il passare degli anni troppe cose sono cambiate. La ThyssenKrupp è un caso emblematico. In corso Regina Margherita prima campeggiava la scritta Fiat Ferriere, poi è diventata Teksid, alla fine ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni. E dietro al cambio di nome e di proprietà si nasconde l evoluzione 7 Prefazione di un modo di lavorare. In una multinazionale le relazioni umane si disperdono: se si vuole contattare un dirigente, un capo, un padrone, non si sa neppure dove trovarlo. Può essere indifferentemente a Roma, a Terni, a Shanghai, in Germania. Il padrone diventa solo un nome, non è più una controparte fisica e simbolica. E così tra operaio e azienda si instaura un rapporto esclusivamente burocratico, in cui il lavoratore sa di non poter incidere sulle scelte produttive. Mentre giravo La fabbrica dei tedeschi ho conosciuto Carlo, un ragazzo calabrese che si era trasferito a Torino nel 2000 per cercare lavoro, che mi ha guidato nel mondo ThyssenKrupp. Carlo mi ha raccontato di quella volta che aveva denunciato ai suoi capi che la situazione sicurezza nello stabilimento era peggiorata. La risposta era stata: Manda un fax. Insomma, in quell acciaieria, come in tutte le fabbriche che fanno capo a multinazionali, l operaio non hai più referenti. Anche il ruolo del sindacato è cambiato radicalmente. Lì alla Thyssen la notte dell incendio c erano lavoratori, come Tony Schiavone, che dovevano già essere a casa da un pezzo. Invece erano rimasti in fabbrica perché c è una legge che prevede che negli impianti a ciclo continuo se non arriva il cambio turno, non si può staccare, fino a raggiungere le sedici ore di lavoro consecutive. Così è difficile parlare di sicurezza sul lavoro. Quale sindacato si è seduto al tavolo della trattativa e ha accettato un accordo del genere? In una fabbrica moderna dovrebbe essere quasi impossibile farsi male. Ma invece tutto viene monetizzato. Persino la vita umana. Questo è un meccanismo infernale e la responsabilità è di tutti. Innanzitutto della proprietà, ma anche di chi accetta di lavorare con ritmi insostenibili. Di chi acconsente che l unico obiettivo sia la produzione. In cambio di più soldi. A scapito persino della sicurezza. Gli operai della Thyssen mi hanno raccontato che capitava spesso di dover spegnere piccoli incendi, anche quella notte erano convinti che ce l avrebbero fatta. Questo vuol dire che, pur di non sospendere la produzione, in passato avevano fatto loro stessi quello che invece avrebbero dovuto fare le squadre antincendio o i vigili del fuoco. Sempre in quella fabbrica, pur di lavorare per qualche altro mese, i dipendenti continuavano a produrre, mentre altre squadre stavano già smantellando lo stabilimento in vista della chiusura. Il vero problema è che oggi gli operai hanno perso di vista i diritti acquisiti. Come le otto ore di lavoro. Questo è successo perché si rendono conto che hanno poche possibilità di migliorare radicalmente la propria esistenza. E così si limitano a darsi da fare per conquistare un pezzo di vita in più. A loro modo cercano di sopravvivere. E non tentano neppure di mettere in discussione il sistema. Sono vittime, ma allo stesso tempo complici. Sanno di non contare più nulla. Di non essere più al centro dell attenzione dell opinione pubblica. Quella cinghia di trasmissione tra mondo produttivo e il resto del paese non esiste più. Gli operai, oggi, sono molto soli, soffrono terribilmente questa solitudine. Parlando con le vedove degli operai morti nel rogo alla ThyssenKrupp, ho capito che quelle donne avrebbero avuto bisogno di trascorrere più tempo con i loro i mariti, mentre erano in vita. I bambini di stare di più con i loro padri. Ma, già prima della tragedia, le vite di quegli operai, di quei ragazzi, erano state rubate dal lavoro. Il loro diritto alla felicità era stato negato. In nome della produzione, del Pil. La politica dovrebbe interrogarsi e compiere un primo passo, iniziando col rappresentare di più e meglio le persone, per mettere al centro le loro vite, anziché avere come unico obiettivo il risanamento economico. Se oggi penso a una battaglia di civiltà, penso alla necessità di rendere centrale il lavoro e il rispetto della vita umana. Non sopporto più un paese che si 8 9 indigna solo quando succede qualcosa di tragico. La campagna sulla sicurezza non può che essere una battaglia che rimetta in discussione il rapporto di lavoro, e ponga al centro la vita, la dignità. Perché accada, anche gli operai dovranno fare la loro parte: uscire dalle fabbriche, raccontarsi e ritornare al centro del dibattito. Le fabbriche sono mondi chiusi. Ora più che mai sarebbe necessario abbattere i cancelli, e ristabilire un contatto con la società. Per dirla con Carlo, la situazione è grave. Facciamo qualcosa. Introduzione Mimmo Calopresti (ottobre 2008) Facendo su e giù per l Italia, seguendo da anni crisi e (qualche volta) rinascite aziendali, sono entrata in contatto con moltissimi operai. Ho visitato fabbriche, ho ascoltato centinaia di lavoratori fuori e dentro i cancelli, sono entrata in tante case. Ho cercato di raccontare storie. Diverse, ma spesso simili. Storie di persone con il lavoro a rischio, di famiglie che non riescono a far quadrare i conti, di vittime di infortuni. I tempi giornalistici, rapidissimi, però hanno sempre condizionato i miei tempi. E i miei incontri ogni volta troppo veloci. Eppure a distanza di settimane, mesi, anni, mi sono tornati spesso in mente frammenti di storie e volti di persone incontrate solo per pochi minuti. A dicembre 2007 ero a Torino nei giorni della tragedia alla ThyssenKrupp. Realizzavo servizi e dirette per il Tg3. Proprio in quei giorni ho avvertito l esigenza di fermarmi un po di più. Sono tornata a Torino più volte nei mesi successivi. Ho incontrato le famiglie di alcune vittime, sono entrata nelle loro case. Ma ho anche passeggiato per la città con i lavoratori sopravvissuti. Ho sostato con 10 11 loro nei caffè, parlando di condizioni di lavoro, ma anche di politica, musica, arte. Da quelle chiacchierate è nata l idea di raccontare una fetta del mondo operaio con il quale ho avuto l opportunità di entrare in contatto. Da Torino è partito il mio viaggio attraverso l Italia degli operai che lavorano, spesso insicuri, troppe volte precari, fanno la spesa, attenti al centesimo, votano, inseguendo speranze e paure, vivono, con difficoltà ma con dignità. E non smettono di sognare. Quelle che vi propongo sono alcune foto che ho scattato. A volte in bianco e nero. A volte un po sfocate. A volte con didascalia. Ieri sera sono andata al cinema. A vedere La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti e ho rivisto alcune delle foto che a mio modo avevo cercato di scattare. C.S. (Roma, 1 ottobre 2008) Dieci mesi dopo Le sei del pomeriggio. Fuori è quasi buio. Ormai è autunno. Prima ora, lezione di matematica. Che strano tornare tra i banchi, dopo tredici anni. Sono un po emozionato. Da questo momento in poi la mia vita si dividerà tra lavoro e scuola. Uscito dalla fabbrica a fine turno, avrò solo il tempo di passare a casa per cambiarmi. Poi dovrò subito scappare qui. Ogni sera. Ogni sera quattro ore tra i banchi fino alle dieci. Per tre anni. Non avrò più tempo per nulla. Pazienza. Forse avrei preferito frequentare una scuola diversa, una scuola con più materie umanistiche. La matematica non è stata mai il mio forte, ma questa estate sono andato a ripetizione. Potenze, equazioni D altronde sono uno studente lavoratore e i corsi serali sono limitati. È stata una fortuna trovare questo. È statale. Qui non pago nulla contro le migliaia di euro che mi avrebbero chiesto invece le scuole private e che non mi sarei potuto mai permettere. L altra cosa buona è che questa scuola è a due passi da casa Dieci mesi dopo A queste condizioni anche ragioneria andrà bene. Anzi benissimo. Adesso il primo passo sarà prendere il diploma, ma dopo voglio iscrivermi all università. È la laurea il mio vero traguardo. Sono relativamente giovane e sulla mia formazione posso ancora investire. Anche a costo di rinunciare allo sport e alle uscite con gli amici. Ci tengo per la mia crescita personale, ma, devo ammetterlo, guardo anche al futuro professionale. Se riuscissi a laurearmi, per esempio, potrei tentare di fare carriera nell azienda per la quale lavoro. Potrei diventare impiegato Sarebbe un bel salto, anche economico. I novecentoquaranta euro che mi danno adesso sono davvero troppo pochi. Che strana la vita. Dopo aver fatto l apprendista per cinque anni, da ragazzino, non avrei mai immaginato che sarei tornato a fare l apprendista. E invece, eccomi. Sono di nuovo al punto dal quale ero partito, subito dopo aver lasciato gli studi, a quindici anni. Se oggi ho ripreso la scuola è per andare oltre. Certo, se fossi rimasto lì all acciaieria con lo stipendio buono che mi davano e il lavoro al computer, ci avrei messo una pietra sopra. Ma negli ultimi dieci mesi sono cambiate troppe cose. E io, pure se guadagno molto meno di prima e faccio un lavoro più pesante, posso considerami davvero fortunato. (Rivoli, ottobre 2008 Davide) Davide, dopo tredici anni, ha ripreso gli studi. Davide è un operaio. Uno degli otto milioni di operai italiani. Protagonisti degli anni Settanta e poi via via dimenticati, considerati poco glamour dalla stampa patinata, oldstyle da quella più impegnata, in prima pagina solo quando bloccano strade e ferrovie per chiedere il contratto, o quando muoiono in tragedie collettive, gli operai italiani rappresentano la metà dei lavoratori dipendenti (46,8 per cento). Se si sommano tutte le categorie (metalmeccanici, chimici, edili, tessili) sono ben La maggior parte, , vive e lavora al Nord. Altri al Sud e al Centro. 1 Nelle grandi fabbriche gli operai non lavorano più solo alla catena di montaggio. Molti utilizzano i computer, non spostano pesi, né si sporcano le mani di grasso. Quasi sempre sono diplomati, a volte laureati. Spesso però hanno un posto precario. A volte rischiano la vita. Nelle grandi e soprattutto nelle piccole aziende. 1 Fonte Ires-Cgil su dati Istat, Rilevazione delle forze lavoro Ore di dicembre Pomeriggio Salsa di pomodoro. Una sfoglia di pasta. Ancora salsa, carne tritata, formaggio. Adesso metto tutto in forno. Mezz ora, quaranta minuti. È la prima volta che preparo la lasagna. Mi sembrava complicata. Ma oggi è venuta Concetta e mi ha insegnato come farla. Cerco di muovermi piano. Roberto dorme. È tornato alle sette stamattina. Da domenica fa i turni di notte. E pure stasera andrà a lavorare. I bambini sono usciti con Concetta. Meno male. Così non fanno chiasso. Questa casa è troppo piccola. In questo cucinino faccio fatica a muovermi. E nel soggiorno tra tavolo, televisore, giocattoli, quasi non entri. Anche quando dormiamo stiamo stretti. In quattro nella stessa stanza. Prego che ci diano una casa popolare. Non so bene chi pregare. Ma qui dicono che per avere una cosa devi pregare. Io non sono mai stata religiosa. Né cattolica, né musulmana. Ai miei non importava e neppure a me importa. Ma mi dispiace per Roberto che forse si sarebbe voluto sposare in chiesa. Per me è stato bello 17 Ore di dicembre pure al Comune, in quella grande sala, piena di quadri. Sono già passati quattro anni da quel giorno. Tra poco saranno addirittura otto anni che sono qui. Mi fece impressione Torino, quando arrivai. Grande, elegante, con tante luci colorate per strada. Le luci di Natale, mi dissero. Mia madre, che era già in Italia da un po, mi raccontava che qui a Natale addobbano strade e negozi. Per farti comprare di più. Partimmo di pomeriggio. Il cielo era un po rosa, un po viola. I colori dell inverno dalle mie parti. Faceva freddo, ma il mare, per fortuna, era calmo quella notte. Avevo portato panini, biscotti e un thermos di caffè. Io avevo sedici anni, mia sorella quattordici. Quando sbarcammo trovammo un pulmino. Per un po viaggiamo su un viottolo di campagna. Il mio stomaco faceva su e giù. Poi arrivammo su una grande strada e dopo un po ci ritrovammo in un traffico infernale. Ci lasciarono vicino a una stazione. bari, c era scritto su un cartello blu. E lì aspettammo il treno per Torino. In Italia, ci diceva mamma, troverete un bravo ragazzo. Vi sposerete e vivrete bene. Le era costato una fortuna farci partire con lo scafo. Duemila euro a testa. Al paese è rimasto papà con altri tre fratelli, un maschio e due donne. Io qui in Italia non ho mai lavorato. Lì andavo al mercato con mio padre. Vendevamo i vestiti che lui comprava dai cinesi. Mi alzavo presto e faceva proprio freddo d inverno. Ma tanto, dicevo tra me e me, tra poco mamma ci verrà a prendere. E in Italia vivrò da signora. E se questa casa fosse più grande potrei considerarmi una signora. Quando incontrai Roberto avevo appena compiuto diciotto anni. In una sala bingo. Io ero con le amiche, ma non giocavo. Mi piacquero i suoi grandi occhi scuri. Ci scambiammo i numeri. E dopo due mesi ci fidanzammo. Lui faceva l operaio metalmeccanico. Aveva appena trovato un buon lavoro. All acciaieria tedesca. Grande e forte come la Germania, diceva un po scherzando, un po no. Un passo in avanti rispetto al posto che aveva prima. Perché questo, mi spiegava, era un impiego sicuro, l altro no. Lì il contratto dopo un po di mesi scadeva. E lui stava sempre con l ansia che non glielo avrebbero rinnovato. In acciaieria lo aveva aiutato a entrare Salvatore, il compagno di sua madre che alla Thyssen era capoturno. È tanto legato Roberto a Salvatore. È contento che sua madre lo abbia incontrato. Si era separata quando lui e Concetta avevano sei e sette anni. Li aveva cresciuti da sola. Ma senza fargli mancare nulla. Quando avevano dodici e tredici anni aveva trovato un posto in ospedale. In ufficio. D estate andavano in Sardegna, dalla nonna. Le feste di Natale però erano tristi qui a Torino. Isa il giorno di capodanno li portava sempre al cinema. A vedere i film di De Sica, Vanzina. Così si svagavano un po. Isa e Salvatore stanno proprio bene insieme. Quando lei andrà in pensione, dicono, faranno molti viaggi. Si godranno la vita. Tanto una casa grande e bella ce l hanno. Non lontana da qui. I ragazzi dell acciaieria hanno aiutato Salvatore a fare le pitture. Gli vogliono bene, lì è uno dei più anziani. Roberto mi racconta che da qualche mese a lavorare in acciaieria sono rimasti solo i giovani. Quelli più giovani di lui. Tanti altri hanno cambiato fabbrica. Qualcuno si è trasferito in una città che io non ho mai sentito nominare, Terni. Fino all estate Roberto era orgoglioso del suo lavoro. Presto, mi diceva, facciamo un mutuo e ci compriamo casa. Ma un giorno me lo ricordo ancora, era il 7 giugno tornò qui con una faccia strana. Non voleva parlare. Io però gli feci tante domande, perché non l avevo mai visto così arrabbiato. I tedeschi se ne vogliono andare, disse. Da allora è sempre nervoso. Ride 18 19 Ore di dicembre e scherza con me e con i bambini, ma io lo sento che non è più come prima. Anche al mare non è riuscito a divertirsi davvero. Era agosto ed eravamo in Liguria. La casa l avevamo fermata ad aprile. Cinquecento euro, per una settimana. Un po troppo per noi, ma pensavamo che era un sacrificio utile per far prendere aria buona ai bambini. Il posto ci piaceva, ma quella settimana piovve sempre. Verso fine agosto tornammo a Torino. E dopo qualche giorno Salvatore lasciò la fabbrica. Va in mobilità, dissero. Io non sapevo che cosa significava quella parola. Ma capii che doveva rimanere a casa. E non era tanto contento. Dopo l estate non siamo più andati in pizzeria. Prima quando prendeva lo stipendio Roberto mi portava sempre fuori. E a me piaceva molto. Adesso, mi diceva, dobbiamo stare più attenti. Da allora quando glielo chiedono va a lavorare di notte. Suona il citofono. È Concetta che riporta i bambini. Anche Roberto si è svegliato. Sono già le quattro. Ha l aria riposata. Ha dormito bene oggi, senza rumori. Prende i figli in braccio. Li fa girare in aria. E loro ridono. Si siede a tavola. Gli piace la lasagna. Meno male. Adesso, scherza, per essere una cuoca italiana perfetta ti mancano solo i cannelloni. I cannelloni sono il suo piatto preferito. Chiederò a Isa e Concetta la ricetta. I bambini si mettono a giocare tra loro. Fuori è quasi buio. Io e Roberto cominciamo a vedere un film su Sky. Americano. Da quando sono nati i figli non siamo mai più andati al cinema. Ma stasera i piccoli vogliono stare con il padre. Cominciano a tirarlo per un braccio. E lui li segue. Prendono la PlayStation. E io devo spegnere la tivù. Non saprò come va a finire il film. Pazienza. Vado in cucina a preparare la cena. Roberto non ha fame perché ha pranzato tardi. Lui si chiude in bagno. Io faccio mangiare i bambini. Devo imboccarli a turno. Uno ha quasi due anni, l altro quasi tre. Mi sembra che crescano tanto, ma sono ancora piccolissimi. Ecco Roberto. Con la barba rasata. Pronto per uscire. Gioca ancora un po con i bambini. Novità sulla casa popolare?, mi chiede. Oggi sarei dovuta andare a prendere i documenti necessari per la domanda, ma è venuta Concetta e non l ho fatto. Anche perché mi pesa arrivare fin lì in autobus, l ufficio è lontano. Domani però dovrò andarci. Forse pregare significa anche questo. Anche perché per questi cinquanta metri paghiamo quattrocento euro più duecento di spese. E metà dello stipendio di Roberto se ne va così. Prima arrivava a milleseicento-millesettecento euro, ma adesso prende meno. E, come dice lui, dobbiamo stare più attenti. Mio marito si infila il giaccone. Mi bacia. Bacia i bambini. Perché non rimani qui, stanotte?, gli chiedo. Mi accarezza ed esce. Lo guardo dalla finestra. Aspetta l autobus. Eccolo che sale. Guardo l orologio. Sono le nove. È proprio buio fuori stasera. (Torino, dicembre 2007 a casa di Roberto) Sera Cosa mangio? Il frigo è semivuoto, oggi non ho fatto la spesa. Mi preparo una frittata o sarà meglio una pasta al tonno? Il colloquio di domani mattina mi mette ansia. Stasera, ho deciso, non esco. Tanto la mia ragazza sta studiando. E poi da quando abito qui, mi piace stare a casa. Non avevo mai avuto tanto spazio tutto per me. Sono stato fortunato a trovare questo appartamento. Per trecento euro. È quasi un quarto del mio stipendio, ma si può fare. E poi visti i prezzi in giro è impossibile trovarne uno a meno. La cucina in legno è proprio bella. È divertente organizzare cene qui. Fosse per me inviterei gli amici più spesso, ma mi sembra 20 21 Ore di dicembre che la comitiva ormai si stia sfaldando. Certo l arredamento non è completo, mancano ancora lampadari e quadri, ma con il tempo comprerò anche quelli. In fondo sono solo sette mesi che vivo
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